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Abbiamo dovuto aspettare più del dovuto – causa pandemia – per godere dell’ultimo lavoro di Wes Anderson. Ma posso dire che ne è valsa davvero la pena. Promesse mantenute. Il film è davvero l’essenza della cinematografia del regista americano: un amorevole tributo alla rivista “The New Yorker” e ai creativi di tutto il mondo. Ecco la recensione dell’ultimo film di Wes Anderson, The French Dispatch.

L’amore per il giornalismo di Wes Anderson nasce da molto lontano. L’ispirazione principale è stata proprio il New Yorker, rivista che il giovane Wes era solito leggere con grande passione. La curiosità lo spingeva ad interessarsi alle persone che lavoravano in quella redazione, in quel luogo magico. E così è emersa ancor di più la voglia di raccontare la realtà dietro la rivista. I racconti brevi all’inizio del giornale erano per lo più opere di fantasia, articoli che hanno segnato la narrativa dell’epoca. Così allo stesso modo The French Dispatch è un film sul giornalismo, ma definito più da racconti immaginari come quelli che si trovavano sulle prime pagine del giornale americano.

LA TRAMA

Le tre anime del Dispatch

Il New Yorker fittizio si chiama The French Dispatch, pubblicato in una piccola cittadina francese chiamata Ennui-sur-Blasé, anche se è fondato a Liberty, nel Kansas, dove è nato e cresciuto il direttore Arthur Howitzer, Jr. (Bill Murray). 

In “The French Dispatch” non vengono approfondite le vite dei personaggi che compongono la redazione, bensì ci si concentra sul loro lavoro. La struttura stessa del film è esattamente come un numero della rivista: si entra letteralmente nelle pagine e si “leggono” tre storie separate. Difatti quando il direttore muore, lo staff editoriale decide di pubblicare un’ultima edizione memoriale evidenziando le tre storie migliori pubblicate nei dieci anni di vita del magazine. Storie introdotte da una fugace sequenza di apertura con Herbsaint Sazerac (Owen Wilson) mentre vaga in bicicletta tra le stradine della città, mostrandoci i panorami e parlando direttamente alla telecamera… causando alcune sfortunate collisioni.

wes anderson french dispatch

La prima storia della rivista è tutta dedicata a Moses Rosenthaler (Benicio Del Toro), un artista geniale ma condannato all’ergastolo per omicidio e impegnato in una storia d’amore con Simone (Léa Seydoux), sua musa, nonchè guardia carceraria.

La seconda storia descrive le proteste studentesche del 1968 a Parigi, con Timothée Chalamet nei panni di Zeffirelli, un lunatico rivoluzionario, e Frances McDormand nei panni di Lucinda Krementz, la scrittrice francese del Dispatch la cui l’obiettività è compromessa quando si inserisce nella storia. 

La storia finale è un thriller: parla di droghe, rapimenti e alta cucina piena di suspense (con Jeffrey Wright). 

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Info
Anno 2021
Durata 108 min
Regia Wes Anderson

 

Cast

Benicio del Toro: Moses Rosenthaler
Frances McDormand: Lucinda Krementz
Jeffrey Wright: Roebuck Wright
Adrien Brody: Julien Cadazio
Tilda Swinton: J. K. L. Berensen
Timothée Chalamet: Zeffirelli
Léa Seydoux: Simone
Owen Wilson: Herbsaint Salzerac

LA RECENSIONE

La perfezione del mondo di Wes Anderson

The French Dispatch è un film difficilissimo da spiegare, e qualsiasi spiegazione lo decostruirebbe in modo da renderlo ancor più incomprensibile. È come smontare un orologio per vedere come funziona, e così finisci per non sapere più che ore sono. Non è un caso la metafora dell’orologio: i suoi ingranaggi e la sua geometria rasentano alla perfezione lo stile di Wes Anderson.

Ho trovato il film enormemente difficile da spiegare, ma è stato molto divertente da guardare. È un film frenetico e delirante su un mondo che di per sé è molto lento.

Pochissimi registi hanno un’impronta così distinta, così unica come quella di Wes Anderson. La geometria e i dettagli fanno la differenza, e The French Dispatch è colmo di dettagli. Pensa ai suoi arredi, ai costumi, alla sua varietà di forme e tecniche narrative (abbiamo il live action, l‘animazione, schermi splittati – si dice splittato per dire diviso? 🙂 – flashback e molto altro). Ogni storia attinge tra questi elementi e viene raccontata con il proprio stile.

Il collante di tutto è dato dalla colonna sonora di Alexandre Desplat e dal senso unico della missione di Anderson.

The French Dispatch è un film di estetica

Mi son trovato davvero in difficoltà a descrivere il Dispatch di Anderson. Dopo la prima visione non pensare di essere strano se ti senti un po’ in cortocircuito: è un effetto collaterale del tutto normale! Lo sforzo anche solo di dare un senso a ciò che sta accadendo – analizzare l’azione, schematizzare il tutto mentalmente porta a inevitabili semplificazioni, eccessive direi, che riducono e semplificano la magia del cinema. 

La convergenza di più fotogrammi narrativi di Anderson in un’unica scena d’azione, la frenesia di alcune sequenze, i salti nel tempo e nello spazio per offrire punti di vista diversi sono elementi terribilmente complessi. 

The French Dispatch è un film di estetica. Un film edonista, che vuole piacere e si vuole piacere.  Dell’estetica pratica di abbigliamento, architettura, mobili, cibo, design… Ma è anche pieno di belle azioni e gesti sublimi, amore incrollabile e coraggio fisico, in condizioni ostili.

IN CONCLUSIONE

Wes Anderson con The French Dispatch celebra gli eroi nascosti, personaggi non celebrati che spesso stanno “dietro”. Sono tutte quelle persone che raccontano le storie, che le scrivono, le illustrano, le pubblicano. Personaggi che meritano un elegante importanza quanto i protagonisti delle avventure e delle invenzioni che loro stessi descrivono.

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