Con Nouvelle Vague, Richard Linklater (che noi amiamo follemente) racconta il cinema e lo fa con la sua solita maestria. Il regista - da sempre affascinato dai processi creativi e dal passare del tempo — basti pensare alla trilogia di Before o al lungo esperimento narrativo di Boyhood — trova in questo progetto un terreno perfetto per esplorare il momento in cui il cinema europeo cambiò per sempre.
Infatti, la pellicola non è solo un biopic su Jean-Luc Godard o una ricostruzione nostalgica della Parigi cinematografica di fine anni ’50, ma un racconto sull’energia anarchica della creazione artistica e su come un gruppo di giovani critici trasformati in registi riuscì a ribaltare le regole del cinema tradizionale. Attraverso il processo di realizzazione di À bout de souffle (1960), ovvero Fino all’ultimo respiro, Linklater racconta la nascita della Nouvelle Vague francese come un gesto spontaneo, quasi ribelle, fatto di improvvisazione, intuizioni e libertà assoluta. Noi l’abbiamo già visto per voi e scoprite adesso cosa ne pensiamo.

LA TRAMA

La magia e la follia di Godard

La storia segue Jean-Luc Godard alla fine degli anni ‘50, quando è ancora conosciuto soprattutto come critico dei Cahiers du Cinéma e come figura eccentrica all’interno della giovane generazione di cinefili parigini. Mentre amici e colleghi come François Truffaut e Claude Chabrol iniziano a dirigere i loro primi film, Godard decide finalmente di passare dietro la macchina da presa. Con pochi mezzi, un produttore incerto e una troupe ridotta all’osso, Godard avvia la lavorazione di À bout de souffle. Il film segue la preparazione e le riprese di questo progetto, mostrando il rapporto con i suoi attori principali — Jean-Paul Belmondo e Jean Seberg — e il modo imprevedibile con cui il regista dirige il set. Le riprese diventano una sorta di laboratorio creativo dove le sceneggiature  vengono scritte la mattina stessa; i dialoghi sono improvvisati e le riprese avvengono per strada senza permessi. Nel frattempo, emergono anche tensioni, dubbi e contrasti, mentre il film prende forma in modo imprevedibile. Parallelamente, Nouvelle Vague racconta anche la nascita di un nuovo linguaggio cinematografico: il montaggio spezzato, l’uso libero della macchina da presa, l’idea che il cinema possa essere personale, immediato e profondamente moderno.

INFO & CAST
Anno 2025
Durata 105 min
Regia Richard Linklater

Cast
Guillaume Marbeck: Jean-Luc Godard
Zoe Deutch: Jean Seberg
Aubry Dullin: Jean-Paul Belmondo
Adrien Ruyard: Francois Truffaut
Antoine Besson: Claude Chabrol

LA RECENSIONE

La regia straordinaria di Linklater

Il bravissimo Linklater affronta la materia con un approccio sorprendentemente coerente con il movimento che racconta. La sua regia non cerca di imitare pedissequamente lo stile godardiano, ma ne cattura lo spirito: spontaneità, ritmo libero e attenzione ai dialoghi. Il film alterna momenti di ricostruzione storica molto accurata a sequenze più intime, quasi improvvisate, in cui gli attori sembrano muoversi con naturalezza dentro gli spazi parigini, come se fosse una sorta di documentario. Il regista dimostra ancora una volta la sua abilità nel dirigere scene corali e conversazioni dense di riferimenti culturali senza renderle mai pedanti. La scelta più interessante è forse quella di raccontare Godard non come un monumento della storia del cinema, ma come un giovane artista curioso, ironico e spesso contraddittorio.

Nouvelle Vague è prima di tutto una dichiarazione d’amore al cinema. Richard Linklater parla della nascita di un nuovo linguaggio cinematografico senza trasformarlo in un saggio accademico. Al contrario, il regista racconta quel momento storico con entusiasmo, curiosità e una sensibilità profondamente cinefila. È un’opera che parla agli amanti della storia del cinema, ma anche a chi crede ancora nella forza rivoluzionaria delle idee creative. E in questo senso, è perfettamente in linea con lo spirito della Nouvelle Vague stessa.

Il magnetismo di Marbeck e del resto del cast

Guillaume Marbeck è nei panni di Jean-Luc Godard. L’attore evita accuratamente l’imitazione caricaturale del regista e costruisce invece un personaggio sfaccettato, brillante, provocatorio, ma anche vulnerabile e incerto, restituendo anche la sua continua tensione creativa. Zoey Deutch, nel ruolo di Jean Seberg, offre una performance elegante e misurata. Il film la mostra come una figura sospesa tra il sistema hollywoodiano da cui proviene e la libertà caotica del set di Godard. Deutch riesce a dare al personaggio una fragilità luminosa che rende credibile la sua presenza in un ambiente artistico così radicale. Nel ruolo di Jean-Paul Belmondo, Aubry Dullin porta sullo schermo l’energia spavalda e il carisma che avrebbero reso l’attore una delle icone del cinema europeo. Il suo Belmondo è ironico, spontaneo e perfettamente in sintonia con lo spirito anarchico del film.

Uno stile unico per un piccolo gioiellino

La fotografia — concepita per evocare il bianco e nero della Parigi cinematografica di fine anni ‘50 —privilegia una luce naturale e un uso della macchina da presa spesso mobile, con inquadrature che ricordano la libertà stilistica dei primi film della Nouvelle Vague. Le strade di Parigi diventano il vero set del film: caffè, boulevard e appartamenti modesti restituiscono un ambiente urbano vivo e pulsante, molto lontano dagli studi cinematografici tradizionali. Il montaggio, affidato alla storica collaboratrice di Linklater, Sandra Adair, è uno degli elementi più interessanti del film. Pur mantenendo la chiarezza narrativa tipica del cinema del regista, il lavoro di montaggio inserisce volutamente alcune soluzioni che richiamano le celebri “jump cut” che avrebbero reso À bout de souffle un film rivoluzionario. Questo dialogo stilistico tra il linguaggio classico del racconto e gli esperimenti formali della Nouvelle Vague crea un ritmo particolare: il film scorre con fluidità, ma lascia spazio a improvvisi scarti visivi che ricordano allo spettatore quanto quel periodo sia stato rivoluzionario.
Le scenografie e i costumi ricostruiscono con grande attenzione la Parigi intellettuale del 1959. Non si tratta di una ricostruzione patinata, ma piuttosto di un ambiente vissuto: appartamenti pieni di libri e riviste, redazioni fumose, bar affollati di cinefili e cineasti.
Questa scelta contribuisce a restituire la sensazione che la Nouvelle Vague non sia stata soltanto un movimento cinematografico, ma anche una comunità culturale fatta di discussioni infinite su film, letteratura e politica.

Il voto di Cinefily

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