Nel panorama del cinema indipendente americano degli ultimi anni, pochi film hanno saputo generare un dibattito tanto acceso come Se solo potessi ti prenderei a calci (titolo originale If I Had Legs I’d Kick You), scritto e diretto da Mary Bronstein. Presentato in anteprima al Sundance Film Festival 2025, il film si è imposto immediatamente come una delle opere più radicali e disturbanti della stagione cinematografica, mescolando registri apparentemente inconciliabili — commedia nera, dramma psicologico e momenti quasi horror — in un flusso narrativo che sembra voler replicare la mente della protagonista: stanca, confusa, costantemente sull’orlo del collasso. Gran parte della forza dell’opera risiede nella performance della protagonista Rose Byrne, già vincitrice dell’Orso d’Argento, del Golden Globe e candidata agli Oscar 2026 come miglior attrice protagonista. Noi l’abbiamo visto per voi e vi diciamo cosa ne pensiamo.

LA TRAMA

I traumi di Linda

Linda è una psicologa di mezza età che vive a Montauk e conduce una vita già segnata da una tensione costante. Il marito lavora come capitano di crociera ed è spesso lontano da casa, lasciandola sola a gestire la loro figlia, una bambina affetta da una grave patologia congenita che richiede cure mediche continue. La fragile routine di Linda crolla letteralmente quando il soffitto della sua casa si apre improvvisamente, costringendola a lasciare l’abitazione e trasferirsi temporaneamente in un motel con la figlia. In questo spazio angusto e provvisorio, la donna cerca di mantenere una parvenza di normalità tra lavoro, visite mediche e le esigenze incessanti della bambina. Nel frattempo, la sua vita professionale si complica: una delle sue pazienti scompare misteriosamente e il rapporto con il suo terapeuta diventa sempre più teso e ambiguo. Attorno a lei gravitano personaggi eccentrici e imprevedibili, tra cui il gestore del motel e una serie di figure che amplificano il senso di disordine che domina la sua esistenza.

Quello che inizialmente sembra solo un momento difficile si trasforma progressivamente in un vortice di situazioni sempre più ingestibili, mentre Linda perde lentamente il controllo sulla propria vita e sulla propria stabilità emotiva.

INFO & CAST
Anno 2025
Durata 113 min
Regia Mary Bronstein

Cast
Rose Byrne: Linda
ASAP Rocky: James
Conen O’Brien: Psicologo di Linda
Danielle Mcdonald: Caroline
Ivy Wolk: Diana

LA RECENSIONE

Una discesa psicologica nel caos quotidiano

Il fulcro del film è la rappresentazione della pressione invisibile che grava sulla protagonista. Mary Bronstein costruisce una narrazione che procede per accumulo, ovvero piccoli problemi quotidiani si trasformano gradualmente in un incubo emotivo. La regista evita qualsiasi forma di romanticizzazione della maternità. Al contrario, la presenta come un territorio di ambivalenza, fatto di amore ma anche di frustrazione, senso di colpa e disperazione. La vita di Linda non è dominata da un singolo evento tragico, ma da una serie di micro-crisi che si sovrappongono fino a creare una sensazione di soffocamento continuo. Il film assume spesso i contorni di un’esperienza sensoriale quasi febbrile. La realtà viene percepita attraverso la mente esausta della protagonista, e questo produce momenti in cui la narrazione sembra oscillare tra realismo e allucinazione.

La straordinaria performance di Rose Byrne

Rose Byrne è una Linda estremamente fisica e nervosa, un personaggio fragile ma allo stesso tempo combattivo. Non è un’eroina né una vittima, ma una donna imperfetta, spesso irritabile, talvolta persino sgradevole. La Byrne interpreta questa complessità con un’intensità impressionante, passando con naturalezza da momenti di ironia nervosa a esplosioni di disperazione. Il suo lavoro è fatto di piccoli gesti e improvvise rotture emotive: uno sguardo perso, un sorriso forzato, una crisi di rabbia improvvisa. Tutto contribuisce a creare la sensazione di una persona che sta lentamente cedendo sotto il peso delle responsabilità. È una performance che domina assolutamente ogni scena del film e che giustifica pienamente la sua candidatura agli Oscar. Accanto alla protagonista, la regista ha voluto Conan O’Brien nei panni dello psicologo di Linda, in un ruolo drammatico insolito per il celebre conduttore televisivo. La sua interpretazione è fredda e distaccata, quasi disturbante, e contribuisce a rafforzare il senso di isolamento della protagonista. Danielle Macdonald, invece, offre invece una performance intensa nei panni di Caroline, una paziente di Linda alle prese con la depressione post-partum. Il suo personaggio diventa una sorta di specchio deformante della protagonista, amplificando i temi della fragilità mentale e dell’ansia materna. A$AP Rocky interpreta James, il gestore del motel, una figura che introduce momenti di leggerezza e ambiguità nel racconto. La sua presenza crea una dinamica interessante con Linda, sospesa tra diffidenza e complicità. Tutti sono importanti, nessuno è messo in ombra, e questo rende la pellicola ancora più interessante dal punto di vista narrativo.

La regia aggressiva e l'umorismo nero

La regia di Mary Bronstein è volutamente aggressiva. La regista privilegia inquadrature ravvicinate e movimenti nervosi della macchina da presa, creando una sensazione di costante instabilità.
Il film sembra voler intrappolare lo spettatore nello stesso stato mentale della protagonista. Non ci sono pause narrative rassicuranti: ogni scena sembra spingere ulteriormente Linda verso il limite della sopportazione. La Bronstein utilizza anche un umorismo nero molto particolare, che emerge nei momenti più inaspettati e serve a rendere ancora più inquietante la situazione. Grazie alla fotografia di Christopher Messina - dominata da colori spesso innaturali e leggermente malati, come gialli sporchi e verdi acidi - la sensazione di disagio viene amplificata e anche gli ambienti contribuiscono fortemente alla costruzione dell’atmosfera: il motel, gli ospedali e gli spazi domestici sembrano tutti luoghi temporanei, instabili, quasi precari. Le scenografie curate da Carmen Navis rafforzano l’idea di una vita che si sta sgretolando. Il film rinuncia quasi completamente a una colonna sonora tradizionale, sostituendola con un sound design inquietante fatto di rumori ambientali amplificati, scricchiolii e vibrazioni sonore. Questi elementi diventano parte integrante della narrazione e contribuiscono a costruire l’angoscia psicologica della protagonista. Che dire, bisogna fare un lungo applauso alla Bronstein perché il suo nuovo film è davvero un gioiellino che va visto “rigorosamente” in sala.

Il voto di Cinefily

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