L'uscita di Digger, l'attesissimo e anomalo connubio cinematografico tra il regista premio Oscar Alejandro González Iñárritu e l'icona globale Tom Cruise, rappresenta uno degli eventi più dirompenti e discussi della stagione cinematografica. Da una parte c'è il cineasta messicano, premio Oscar, famoso per il suo cinema autoriale, viscerale, spesso claustrofobico e profondamente esistenziale e dall'altra c'è la più grande stella del blockbuster hollywoodiano contemporaneo, universalmente associata a spericolate acrobazie e franchise miliardari. Questo scontro tra titani ha generato un'opera che non assomiglia a nessun altro blockbuster d'autore recente, rifiutando le logiche rassicuranti del botteghino per abbracciare una deriva caotica, ambiziosa e spiazzante. Il film arriva nelle sale portando con sé il peso di aspettative enormi, divisa tra la fascinazione per un esperimento folle e il timore di un'inevitabile autoreferenzialità. Non siamo di fronte al tipico progetto d'intrattenimento di fine anno, ma a un oggetto contundente che spacca letteralmente il pubblico e la critica, dimostrando come il rischio, nel cinema di oggi, sia merce rarissima e preziosa. Noi l’abbiamo visto per voi, non facendoci influenzare da quella parte della critica specializzata che lo sta demolendo, e vi diciamo cosa ne pensiamo.
LA TRAMA
Un magnate in crisi sistemica
Digger Rockwell (Tom Cruise) è un potente magnate del petrolio il cui impero economico e le cui decisioni sconsiderate innescano una potenziale catastrofe climatica e geopolitica in Groenlandia. La narrazione prende il via quando questa crisi sistemica minaccia di spazzare via il suo potere e la sua stessa vita nel giro di poche ore. Braccato da forze invisibili e stretto nella morsa di un tempo inesorabile, Digger si imbarca in una frenetica e disperata missione di sopravvivenza, affiancato e ostacolato da figure chiave interpretate da un cast di altissimo livello che comprende Sandra Hüller, John Goodman, Michael Stuhlbarg, Riz Ahmed e Jesse Plemons. Il viaggio lo costringe a fare i conti con le conseguenze devastanti delle proprie azioni, muovendosi tra satira tagliente e incubo allucinato, fino a un epilogo enigmatico e privo di qualsiasi catarsi consolatoria.
INFO & CAST
Durata: 128 min
Regia: Alejandro González Iñárritu
Cast:
Tom Cruise: Digger Rockwell / Curtis Markson
Jesse Plemons: Kenny
Sandra Hüller: Emma Rockwell
Riz Ahmed: Ganesh
Sophie Wilde: Hannah
Emma D’Arcy: Lina
Robert John Burke: Fitzgerald
Burn Gorman: Amos
Pip Torrens:
Michael Stuhlbarg: vice presidente USA
John Goodman: presidente Compson
LA RECENSIONE
Tom Cruise e il coraggio della scomposizione iconica
Beh, parlare della performance di Tom Cruise in questo film significa assistere allo smantellamento in diretta di un mito cinematografico che dura da 40 anni. Dimenticate l’eroe infallibile, scattante e rassicurante dei vari Mission: Impossible o Top Gun perchè qui Cruise accetta il totale suicidio della propria immagine patinata per indossare i panni di un uomo spaventato, meschino, fisicamente provato e sull’orlo di una crisi di nervi permanente. La sua recitazione è nervosa, sopra le righe, segnata da micro-espressioni di puro terrore e deliri di onnipotenza che sfiorano il grottesco e ci catturano per tutto il tempo. L’attore si mette a nudo, urla, suda, perde il controllo della propria maschera pubblica offrendo una prova attoriale coraggiosa e autoriale che ricorda quanto sappia essere straordinario quando viene guidato fuori dalla sua zona di comfort. È una prova attoriale che, pur mantenendo quell’intensità magnetica che lo contraddistingue, spinge il pedale del dramma psicologico verso territori a lui inesplorati, confermando una maturità artistica che non ha paura di risultare sgradevole agli occhi dei suoi fan più tradizionali. Non possiamo e non vogliamo dirvi molto, ma il percorso di Digger è una discesa e risalita dagli inferi che non vi lascerà indifferenti. Noi gli daremmo già l’Oscar, senza aspettare il prossimo marzo, ma attediamo anche i vostri commenti.
Con lui, ci sono anche Ganesh (Riz Ahmed), un visionario ingegnere capo, incaricato di far funzionare i complessi sistemi di filtrazione e biosfera; Kenny (Jesse Plemons), un freddo e calcolatore capo della sicurezza, paranoico e spietato quanto il suo datore di lavoro e Emma (Sandra Hüller), una rinomata scienziata e biologa, portata nel complesso per gestire la conservazione delle specie e la produzione alimentare interna. Questi personaggi non sono assolutamente secondari e sono dannatamente folli, interessanti e sviluppati alla grande proprio come Digger.
L'impronta registica di Iñárritu tra barocco visivo e megalomania d'autore
La critica internazionale può dire quello che vuole, ma Alejandro González Iñárritu firma una regia che è un vero e proprio manifesto di autorialità debordante, confermando la sua cifra stilistica fatta di piani sequenza magnetici, macchine da presa fluttuanti e un senso dello spazio sempre ipnotico. Il regista non cerca mai la via più semplice o il compromesso narrativo, preferendo costruire un affresco visivo mastodontico che a tratti rischia di schiacciarsi sotto il peso della propria ambizione. La sua mano si riconosce nella gestione claustrofobica della tensione e nella capacità di trasformare i paesaggi fisici in proiezioni mentali dei tormenti del protagonista. Digger è il trionfo di un autore che vuole dire tutto e subito, rischiando l’accumulo barocco ma lasciando comunque impresso sulla retina un immaginario visivo di rara potenza.
Ma quali sono stati i suoi potenziali o presunti punti di riferimento? Il dottor Stranamore, di Stanley Kubrick, è quello più citato dalla critica. Il regista, infatti, mette in scena la follia del potere e la catastrofe globale con i toni della farsa e del ridicolo, richiamando l’umorismo nero e cinico di Kubrick sulla fine del mondo. ma c’è anche Network – Un volto nella notte, di Sidney Lumet, per la feroce critica al delirio mediatico, all’esibizionismo ed al capitalismo d’assalto senza freni, in cui i protagonisti diventano messia o criminali in diretta mondiale per compiacere il pubblico. E’ innegabile qualche somiglianza con Don’t Look Up, di Adam McKay, con cui condivide la stessa urgenza di mettere alla berlina la risposta grottesca delle élite, della politica e dei tycoon di fronte a una catastrofe imminente scatenata proprio dall’avidità umana. Ma il regista richiama anche alcuni suoi capolavori come Birdman (2014), di cui Digger riprende la struttura virtuosa, il ritmo incalzante e la riflessione metacinematografica/teatrale sulla rappresentazione e sull’ossessione dell’ego. Di Bardo – La cronaca falsa di alcune verità (2022) e Revenant – Redivivo (2015) eredita l’eccesso visivo, surreale e narcisistico del primo film mentre del secondo l’imponenza tecnica, la fotografia imponente di Emmanuel Lubezki e il confronto brutale proprio con la natura tipica di Revenant.
Analisi tecnica, scelte stilistiche e il giudizio spaccato della critica internazionale
Dal punto di vista puramente tecnico, la scelta produttiva più radicale risiede nella decisione di girare interamente l'opera in autentico formato VistaVision, curato magistralmente alla fotografia da Emmanuel Lubezki, una scelta che restituisce un'immagine dalla grana densa e profonda, lontanissima dalla freddezza del digitale contemporaneo. A ciò si unisce il montaggio di Stephen Mirrione e Conor O'Neill e le musiche ipnotiche di Cosmo Sheldrake, che amplificano il senso di oppressione. Nonostante questo imponente dispiegamento di talento, la pellicola ha spaccato drasticamente la critica internazionale, generando un dibattito accesissimo tra favorevoli e contrari. Tra i pro lodati dalla stampa estera figurano il coraggio visivo senza compromessi, la straordinaria dedizione di Tom Cruise nel decostruire la sua icona e la brillantezza di alcune intuizioni della satira ecologica. Tra i contro più evidenziati dai recensori figurano invece una sceneggiatura a tratti verbosa e dispersiva — firmata da Iñárritu insieme ad Alexander Dinelaris, Nicolás Giacobone e Sabina Berman —, una tendenza marcata all'autoreferenzialità e un tono generale che molti hanno definito estenuante e pretenzioso, trasformando l'opera in un affascinante quanto imperfetto campo di battaglia cinematografico.
Nonostante le stroncature, noi di Cinefily non crediamo assolutamente che Digger sia da liquidare come un esercizio di stile pretenzioso ed estenuante. Certo, è un film divisivo e imperfetto, capace però di regalare un'esperienza cinematografica totalizzante che premia la visione sul grande schermo. In definitiva, un’opera non per tutti ma viva e che, speriamo, porti fortuna non solo al suo protagonista.
Il voto di Cinefily



