A Venezia 83 c'è spazio anche per il rock and roll, o meglio, per quello che ne rimane nell'era della nostalgia a cifre da capogiro. Oasis: Don’t Look Back in Anger, diretto da Dylan Southern e Will Lovelace (con lo zampino di Steven Knight alla sceneggiatura), documenta il trionfale tour di reunion del 2025. Un film che farà piangere i fan storici, ma che lascia l'amaro in bocca a chi sperava di ritrovare l'energia anarchica e scorretta dei fratelli Gallagher, qui stranamente (e furbamente) addomesticati.
LA TRAMA
Il disgelo dei fratelli coltelli
Il documentario parte dalla ferita aperta: il disastroso pre-concerto di Parigi del 2009 che segnò la rottura. Ci catapulta poi nelle sei settimane di prove per il tour del 2025. L’aria è tesa, Noel dichiara che non perdonerà mai, Liam entra in sala, si lamenta della batteria e se ne va senza salutare. Ma la tensione dura poco. Dalla prima data di Cardiff, quando Liam alza la mano del fratello maggiore, il film si trasforma in un lungo e pacifico giro d’onore. Niente liti, niente drammi: solo un enorme abbraccio collettivo che unisce la band a migliaia di fan in lacrime in tutto il mondo, dal Brasile alla Corea del Sud.
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INFO & CAST
LA RECENSIONE
Voglia di fuggire: una reunion da brividi
Dal punto di vista tecnico, il film è una gioia per gli occhi e per le orecchie, grazie anche al sound design fragoroso del premio Oscar Tarn Willers. Ma sotto la superficie c’è un problema di fondo: l’operazione sa troppo di ufficio stampa. I registi preferiscono il sentimentalismo all’indagine reale. I fratelli Gallagher, un tempo mine vaganti, qui appaiono trattenuti, educati, quasi incastrati in una narrazione edificante (scritta dal creatore di Peaky Blinders) che culmina addirittura con il sermone di un prete sul perdono fraterno. Un tono biblico che stona ferocemente con l’attitudine della band.
Il film sfiora appena il contesto sociopolitico del 2025, accennando alla necessità globale di “evadere” dalla realtà, ed evita accuratamente di parlare dell’elefante nella stanza: l’enorme tornaconto economico (eccezion fatta per una fulminea battuta di Liam sui biglietti). Ci si emoziona, certo, ma manca la ruvidezza.
Oltre il muro del suono
Il momento più potente del film, paradossalmente, è il più silenzioso. Abituati al frastuono dello stadio e alle inquadrature singole, il momento in cui la telecamera si allarga per l’intervista svelando Liam e Noel seduti l’uno accanto all’altro sul divano, a ridere genuinamente prendendo in giro Mick Jagger, vale da solo il prezzo del biglietto. È l’unico istante in cui la corazza in PR cade, rivelando due uomini di mezza età che hanno semplicemente ritrovato la propria famiglia.
IN CONCLUSIONE
Un "feel-good movie" mascherato da documentario rock. Consigliatissimo a chi ha vissuto il tour o a chi cerca un'iniezione di pura nostalgia britannica. Chi invece si aspettava il graffio punk di Supersonic, troverà una versione degli Oasis fin troppo educata per essere vera.
Il voto di Cinefily



