A quasi 50 anni dall’uscita di Incontri ravvicinati del terzo tipo, il gigantesco Steven Spielberg torna a confrontarsi con il tema che più di ogni altro ha contribuito a definire il suo immaginario cinematografico: il contatto con l'ignoto. Se gran parte della fantascienza contemporanea ha privilegiato negli ultimi anni scenari distopici, invasioni aliene, conflitti globali e riflessioni pessimistiche sul futuro dell'umanità, Disclosure Day rappresenta, invece, un ritorno alla concezione più autenticamente spielberghiana del genere.
Vi dciamo subito che non è un film costruito intorno alla paura di ciò che arriva dallo spazio, ma alla possibilità che una scoperta rivoluzionaria possa trasformare profondamente il modo in cui gli esseri umani percepiscono sé stessi e il proprio posto nell'universo. Si tratta di un'opera che dialoga apertamente con molte fasi diverse della carriera di Spielberg e noi l’abbiamo vista con grandissime aspettative. Non perdiamo, allora, altro tempo e vi diciamo subito cosa ne pensiamo senza fare spoiler importanti.
LA TRAMA
Due destini che s'incrociano a quelli dell'intera umanità
La protagonista della vicenda è Margaret Fairchild (Emily Blunt), una meteorologa televisiva che conduce una vita apparentemente normale in una tranquilla città del Midwest americano. Spielberg dedica molto tempo alla costruzione del personaggio prima che gli eventi straordinari entrino in scena. Margaret viene mostrata come una professionista competente, una donna razionale abituata a interpretare dati, fenomeni atmosferici e previsioni scientifiche. Proprio questa sua natura profondamente concreta rende ancora più destabilizzante ciò che comincia a sperimentare. Durante alcune dirette televisive iniziano a verificarsi episodi inspiegabili. Visioni improvvise, percezioni impossibili da spiegare scientificamente e una crescente sensazione di essere collegata a qualcosa di immensamente distante e allo stesso tempo incredibilmente vicino. Questi eventi non vengono presentati immediatamente come fenomeni soprannaturali; Spielberg costruisce il mistero con estrema gradualità, lasciando a lungo aperta la possibilità che si tratti di disturbi psicologici, allucinazioni o manifestazioni di stress.
Parallelamente seguiamo Daniel Kellner (Josh O’Connor), esperto di cybersicurezza impiegato presso la gigantesca multinazionale tecnologica Wardex. Attraverso il suo lavoro scopre accidentalmente un archivio segreto contenente documenti, immagini e registrazioni che sembrano dimostrare l’esistenza di contatti tra l’umanità e intelligenze extraterrestri risalenti a diversi decenni. Quello che inizialmente appare come un semplice caso di whistleblowing si trasforma progressivamente in una cospirazione globale che coinvolge governi, industrie private e apparati militari.
La struttura narrativa alterna costantemente le due linee principali fino a farle convergere in un climax di enorme portata emotiva e spettacolare.
INFO & CAST
Durata: 145 min
Regia: Steven Spielberg
Cast:
Emily Blunt: Margaret Fairchild
Josh O’Connor: Daniel Kellner
Colin Firth: Noah Scanlon
Eve Hewson: Jane Blankenship
Colman Domingo: Hugo Wakefield
Wyatt Russell: Jackson
Henry Lloyd-Hughes: Casper Boyd
Mckenna Bridger
Michael Gaston
LA RECENSIONE
La fantascienza "umanista" che non smetterà mai di affascinarci
Fin dalle prime sequenze appare evidente come Spielberg non sia interessato a realizzare un semplice thriller cospirazionista sugli UFO. Il film prende certamente spunto da decenni di speculazioni, teorie e presunti insabbiamenti governativi legati all’esistenza di forme di vita extraterrestri, ma utilizza questo materiale come punto di partenza per una riflessione molto più ampia sulla natura della verità e sul rapporto tra conoscenza, scienza, religione e potere. In un mondo dominato dalla sovrabbondanza di informazioni, dalle fake news, dalla sfiducia verso le istituzioni e dalla crescente difficoltà nel distinguere il vero dal falso, il regista si chiede quale potrebbe essere la conseguenza ultima di una rivelazione impossibile da negare.
C’è tutto lo Spielberg che immaginavamo: da una parte ritroviamo il senso di meraviglia cosmica di Incontri ravvicinati del terzo tipo; dall’altra la dimensione emotiva e intimista di E.T – L’Extraterrestre e in alcuni passaggi emergono persino le riflessioni sul controllo dell’informazione già presenti in Minority Report. Attenzione, però, perché Disclosure Day non appare mai come un esercizio nostalgico, anzi, dimostra come il regista sia ancora perfettamente in grado di adattare i propri temi storici alle paure, alle inquietudini e alle contraddizioni della società contemporanea applicando i suoi concetti di “fantascienza umanista” che ci affascinano da morire.
Emily Blunt e la performance più riuscita di sempre
Emily Blunt offre, probabilmente, la performance più profonda ed emotiva della sua intera carriera. L’attrice sostiene gran parte del peso emotivo dell’opera e riesce a trasformare un personaggio che avrebbe potuto facilmente diventare una semplice funzione narrativa in una figura complessa, sfaccettata e profondamente umana. La sua Margaret non è un’eroina tradizionale, non è una scienziata geniale né una combattente destinata a salvare il mondo ma una persona comune – con un passato “importante” – che si trova improvvisamente coinvolta in qualcosa che supera completamente la sua comprensione. Proprio questa normalità costituisce il centro emotivo del film. Spielberg sembra particolarmente interessato a raccontare il modo in cui una donna ordinaria reagisce a un evento che mette in discussione ogni certezza sulla realtà. L’attrice affronta il ruolo con straordinaria sensibilità e nei momenti più intensi evita qualsiasi enfasi eccessiva, affidandosi a piccoli gesti, esitazioni e sguardi che comunicano la progressiva trasformazione interiore del personaggio. Particolarmente efficace è il modo in cui rappresenta il conflitto tra razionalità e fede. Margaret è una donna abituata a cercare spiegazioni logiche per ogni fenomeno, e assistere al progressivo crollo di questa sicurezza costituisce uno degli aspetti più affascinanti dell’intero racconto.
La paura della verità come tema centrale
Uno dei temi più importanti della pellicola è la gestione della verità. Spielberg costruisce una riflessione sorprendentemente attuale sul rapporto tra informazione, controllo e responsabilità. Il vero interrogativo che attraversa l’intera opera non è se gli alieni esistano, ma se l’umanità sia realmente pronta ad accettare una scoperta capace di ridefinire completamente la propria identità.
Le organizzazioni che tentano di mantenere il segreto non vengono mai rappresentate come antagonisti monodimensionali. Al contrario, il film dedica ampio spazio alle loro motivazioni. Molti dei personaggi coinvolti nell’occultamento delle informazioni sono convinti di agire per il bene collettivo, persuasi che una rivelazione improvvisa possa generare caos sociale, panico economico e instabilità politica.
Questa ambiguità morale rappresenta uno degli elementi più interessanti della sceneggiatura. Spielberg evita accuratamente qualsiasi semplificazione ideologica. Non esistono buoni assoluti o cattivi assoluti. Esistono individui costretti a prendere decisioni impossibili di fronte a una situazione senza precedenti.
Il film sembra inoltre suggerire che il problema principale del nostro tempo non sia la mancanza di informazioni, ma l’incapacità di costruire una fiducia condivisa attorno a esse. In questo senso Disclosure Day diventa anche una riflessione sul presente, sull’erosione dell’autorità delle istituzioni e sul crescente isolamento culturale delle società contemporanee.
Lo sguardo di Spielberg sull'ignoto
Fin dagli anni ’70, Spielberg ha sempre proposto una rappresentazione dell’ignoto profondamente diversa rispetto a quella dominante nella cultura popolare. Mentre gran parte della fantascienza americana ha spesso interpretato l’alieno come una minaccia da combattere, il regista ha costantemente preferito raccontarlo come una possibilità di crescita e trasformazione.
Anche in Disclosure Day questa visione emerge con straordinaria chiarezza. Gli extraterrestri non vengono definiti principalmente attraverso il loro aspetto o la loro tecnologia, ma preferiamo, in questo caso, non spoilerarvi troppo. Ciò che interessa al film è il loro significato simbolico. Infatti, rappresentano tutto ciò che sfida le convinzioni dell’umanità e costringe gli individui a confrontarsi con la propria limitatezza.
Per Spielberg il mistero non è qualcosa da eliminare, ma qualcosa da accettare. Molte delle scene più belle del film ruotano proprio attorno a questa idea. Non sono momenti di azione o di conflitto, ma istanti di contemplazione nei quali i personaggi osservano qualcosa che non riescono completamente a comprendere.
Questa impostazione conferisce all’opera una dimensione quasi spirituale. Pur restando saldamente ancorato alla fantascienza, il film parla continuamente del desiderio umano di trovare un significato più grande della propria esistenza.
Una spettacolare lezione di cinema
Dal punto di vista tecnico, Disclosure Day rappresenta un’ulteriore dimostrazione della straordinaria padronanza cinematografica di Spielberg. A 80 anni, il regista continua a possedere una capacità rara di raccontare storie attraverso il puro linguaggio delle immagini.
La fotografia di Janusz Kamiński svolge un ruolo fondamentale nella costruzione dell’atmosfera. I cieli immensi, le luci accecanti, le silhouette immerse nelle ombre e i vasti paesaggi americani contribuiscono a creare una costante sensazione di attesa e mistero. Ogni inquadratura sembra suggerire la presenza di qualcosa che sfugge alla percezione umana.
La sua regia dimostra un controllo impressionante del ritmo narrativo. Spielberg alterna con grande naturalezza momenti di tensione, sequenze spettacolari e scene più intime senza mai compromettere la fluidità del racconto. Anche nei passaggi più grandiosi il film mantiene sempre una forte connessione emotiva con i personaggi.
Il lavoro al montaggio di Sarah Broshar è, sinceramente, da Oscar così come le musiche del leggendario John Williams, su cui c’è veramente pochissimo da dire se non che sono sempre fantastiche e uniche.
Particolarmente notevole è l’uso dello sguardo. Come nei suoi lavori migliori, Spielberg costruisce molte scene attorno alle reazioni dei personaggi piuttosto che agli eventi stessi. Spesso ciò che vediamo conta meno di come i protagonisti lo osservano. È una scelta che amplifica il senso di meraviglia e coinvolge direttamente lo spettatore.
L'empatia come risposta al mistero
Il messaggio che attraversa tutta la filmografia di Spielberg è, probabilmente, l'idea che l'empatia rappresenti la qualità più importante dell'essere umano. Disclosure Day sviluppa questa convinzione con particolare forza.
Di fronte all'ignoto, alla diversità e all'incomprensibile, il film suggerisce che la risposta corretta non sia la paura ma la curiosità, non la chiusura ma il dialogo, non l'aggressività ma la comprensione. Gli extraterrestri diventano così una metafora universale dell'alterità, di tutto ciò che appare diverso e che per questo rischia di essere percepito come una minaccia, invece va ASCOLTATO.
D’altronde, il regista stesso ha detto che il film parla del confine tra scetticismo e apertura mentale: non credere a tutto, ma neppure escludere possibilità solo perché sembrano straordinarie. Molti critici hanno notato che il film sembra anche una riflessione sul mondo contemporaneo: viviamo in un'epoca piena di informazioni, segreti governativi, teorie e rivelazioni, e la vera domanda diventa non tanto "ci sono gli alieni?", quanto "come distinguiamo ciò che è vero da ciò che vogliamo credere?" Insomma, per l’ennesima volta un film di Spielberg ci invita a riflettere come pochi altri sanno fare e noi non possiamo non dargli 5 stelle.
Il voto di Cinefily



