Dopo decenni di capolavori, l’Academy rende finalmente omaggio a due giganti del cinema: Glenn Close e Ridley Scott riceveranno l’Oscar alla carriera ai Governors Awards 2026. Un riconoscimento atteso da tempo per due artisti che, pur avendo segnato la storia del cinema con interpretazioni e film diventati iconici, non hanno mai conquistato una statuetta competitiva.
Eh si, ci sono premi che arrivano al momento giusto e altri che arrivano con decenni di ritardo. Gli Oscar alla carriera assegnati dall’Academy a Glenn Close e Ridley Scott appartengono senza dubbio alla seconda categoria. La notizia, annunciata in vista dei Governors Awards del novembre 2026, rappresenta uno dei riconoscimenti più attesi degli ultimi anni e suona quasi come un’ammissione di colpa da parte dell’Academy, che per troppo tempo ha ignorato due figure fondamentali della storia del cinema contemporaneo.
Per anni il nome di Glenn Close è stato associato a un primato che nessun attore vorrebbe detenere: quello dell’interprete vivente con il maggior numero di candidature agli Oscar senza mai riuscire a vincerne uno. Otto nomination, interpretazioni memorabili, personaggi entrati nell’immaginario collettivo e una carriera costruita con una coerenza artistica rarissima. Eppure, la statuetta competitiva non è mai arrivata. Ridley Scott, dal canto suo, ha rivoluzionato il cinema di fantascienza, il kolossal storico e il thriller moderno, influenzando generazioni di registi e creando alcuni dei film più importanti degli ultimi cinquant’anni. Anche lui, nonostante quattro candidature all’Oscar, non ha mai vinto il premio per la regia.
L’Academy ha quindi deciso di colmare una lacuna storica, assegnando ai due artisti l’Oscar onorario, il riconoscimento destinato a chi ha lasciato un segno indelebile nella storia del cinema mondiale. Una scelta che molti appassionati, critici e addetti ai lavori considerano non soltanto meritata, ma inevitabile.
Glenn Close, la più grande attrice senza Oscar
Parlare di Glenn Close significa raccontare oltre 40 anni di interpretazioni straordinarie. Fin dal suo debutto cinematografico, l’attrice americana ha dimostrato una versatilità eccezionale, passando dal dramma alla commedia, dal thriller al cinema storico con una naturalezza impressionante.
La sua prima candidatura arrivò con Il mondo secondo Garp (1982), a cui seguirono quelle per Il grande freddo (1983) e Il migliore (1984), tutte come attrice non protagonista. Già nei primi anni della sua carriera era evidente che ci si trovava di fronte a un talento fuori dal comune.
La consacrazione definitiva arrivò però con Attrazione fatale (1987), uno dei thriller più influenti degli anni Ottanta. Il personaggio di Alex Forrest divenne immediatamente iconico, trasformando Glenn Close in una delle attrici più rispettate e temute di Hollywood. Molti ritengono ancora oggi che avrebbe meritato l’Oscar per quella performance.
L’anno successivo arrivò un’altra candidatura per Le relazioni pericolose (1988), dove interpretò una straordinaria Marchesa de Merteuil. Ancora una volta la statuetta sfuggì di mano, nonostante una prova considerata da molti tra le migliori della sua carriera.
Negli anni successivi, la Close continuò a collezionare ruoli memorabili. Tra i più amati dal grande pubblico figurano La casa degli spiriti (1993), La carica dei 101 – Questa volta la magia è vera (1996), dove diede vita a una leggendaria Crudelia De Mon, e Air Force One (1997).
L’Academy tornò a nominarla per Albert Nobbs (2011), progetto fortemente voluto dall’attrice e sviluppato nel corso di molti anni, e successivamente per The Wife – Vivere nell’ombra (2017), probabilmente la sconfitta più dolorosa della sua carriera. Per mesi fu considerata la favorita assoluta, ma il premio finì a Olivia Colman.
L’ottava candidatura arrivò con Elegia americana (2020), confermando ancora una volta l’enorme rispetto che Hollywood nutre nei suoi confronti. Tuttavia, anche in quell’occasione l’Oscar rimase un sogno irrealizzato.
Otto nomination e nessuna vittoria: una delle più grandi ingiustizie degli Oscar
Nel corso degli anni Glenn Close è diventata il simbolo delle grandi occasioni mancate dell’Academy. Ogni nuova candidatura riapriva il dibattito sulla mancanza di un Oscar competitivo nel suo palmarès.
La sua carriera, però, non può essere misurata soltanto attraverso una statuetta. Close ha conquistato premi Emmy, Golden Globe e Tony Award, diventando una delle interpreti più complete e rispettate della sua generazione. L’Oscar alla carriera arriva dunque come il riconoscimento di un percorso artistico che ha attraversato oltre quattro decenni senza mai perdere qualità, intensità e prestigio.
Ridley Scott, il visionario che ha cambiato il cinema moderno
Se Glenn Close rappresenta una delle più grandi attrici della sua epoca, Ridley Scott è senza dubbio uno dei registi più influenti della storia del cinema contemporaneo. Nato come autore pubblicitario e raffinato creatore d’immagini, Scott ha costruito una filmografia che ha ridefinito interi generi cinematografici. Il primo capolavoro arrivò con I duellanti (1977), ma fu Alien (1979) a cambiare per sempre la fantascienza e il cinema horror. L’atmosfera claustrofobica, il design rivoluzionario e la costruzione della tensione fecero di Alien un modello ancora oggi studiato e imitato.
Pochi anni dopo arrivò un altro monumento cinematografico: Blade Runner (1982). Inizialmente accolto in modo controverso, il film è diventato uno dei punti di riferimento assoluti della fantascienza moderna e ha influenzato l’estetica di intere generazioni di registi, artisti e creatori di videogiochi.
Negli anni ’90, Scott dimostrò ancora una volta la sua capacità di reinventarsi dirigendo Thelma & Louise (1991), straordinario road movie che gli valse la sua prima candidatura all’Oscar come miglior regista.
Le candidature all'Oscar e il trionfo mancato de Il Gladiatore
La seconda nomination arrivò grazie a Il gladiatore (2000), il film che riportò in auge il kolossal storico e conquistò l’Oscar come miglior film.
Paradossalmente, mentre la pellicola dominava la serata degli Academy Awards, Scott non riuscì a ottenere la statuetta per la regia. Una sconfitta che ancora oggi viene ricordata come una delle più sorprendenti della storia recente degli Oscar.
Le successive candidature arrivarono con Black Hawk Down (2001) e The Martian – Sopravvissuto (2015), confermando la straordinaria longevità artistica del regista britannico.
Una filmografia che ha attraversato cinque decenni
Ridley Scott ha saputo rimanere rilevante per quasi cinquant’anni, un risultato rarissimo a Hollywood. Oltre ai titoli già citati, la sua carriera comprende opere fondamentali come 1492 – La conquista del paradiso (1992), Soldato Jane (1997), American Gangster (2007), Robin Hood (2010), Prometheus (2012), Tutti i soldi del mondo (2017), The Last Duel (2021), House of Gucci (2021), Napoleon (2023) e Il gladiatore II (2024).
La sua capacità di passare dalla fantascienza al dramma storico, dal thriller al film di guerra, mantenendo sempre una forte identità visiva, lo ha reso uno dei cineasti più influenti e imitati della storia del cinema.
Un riconoscimento che sa di risarcimento storico
La reazione del pubblico e degli appassionati è stata quasi unanime: era ora. Sui social e nelle comunità di cinefili il sentimento dominante è stato quello della soddisfazione per un riconoscimento atteso da decenni. Molti hanno sottolineato come Glenn Close e Ridley Scott avrebbero meritato almeno un Oscar competitivo molto prima di oggi.
L’Oscar alla carriera non cancella le occasioni perdute né riscrive il passato, ma rappresenta comunque il massimo tributo che l’Academy possa assegnare a chi ha contribuito in modo straordinario all’arte cinematografica. Nel caso di Glenn Close e Ridley Scott, più che un premio sembra una presa d’atto: il cinema contemporaneo non sarebbe lo stesso senza di loro.
Forse l’Academy ci ha messo troppo tempo. Ma questa volta, almeno, ha fatto la cosa giusta.



