The Running Man, di Edgar Wright con Glen Powell è un adattamento potente e satirico del romanzo di Stephen King, L’uomo in fuga, del 1982 (pubblicato con lo pseudonimo di Richard Bachman). È il secondo adattamento del libro dopo L'implacabile, film del 1987 con protagonista il mitico Arnold Schwarzenegger, e vede la partecipazione di Glen Powell, William H. Macy, Lee Pace, Emilia Jones, Michael Cera, Daniel Ezra, Sean Hayes, Jayme Lawson, Colman Domingo, Josh Brolin, David Zayas, Katy O'Brian e Karl Glusman. Noi l’abbiamo già visto per voi e, di seguito, trovate la nostra recensione senza spoiler.

LA TRAMA

Un reality mortale

In un futuro distopico e opprimente, Ben Richards partecipa a “The Running Man“, un reality show televisivo mortale dove i concorrenti vengono braccati da cacciatori professionisti per 30 giorni. Richards accetta di partecipare per guadagnare denaro e salvare sua figlia malata, ma la sua sopravvivenza inaspettata lo trasforma in un idolo e simbolo di ribellione contro il sistema.

INFO & CAST
Anno 2025
Durata 133 min
Regia Edgar Wright

Cast
Glen Powell: Ben Richards
Josh Brolin: Dan Killian, il produttore del programma
Colman Domingo: il conduttore del programma
Lee Pace: Evan McCone
Emilia Jones: Amelia Williams

LA RECENSIONE

Un ritorno alle origini del romanzo

Bisogna subito dire che, a differenza della celebre versione del 1987 con Arnold Schwarzenegger, questa nuova trasposizione sceglie di essere più fedele al testo, recuperando il tono cupo e satirico della storia. L’America immaginata da King è un regime autoritario che reprime la popolazione e la intrattiene con spettacoli televisivi brutali, dove la sopravvivenza diventa intrattenimento di massa. Wright porta questa visione nel presente, rendendola attuale e inquietante.

Glen Powell, nei panni di Ben Richards, offre una performance intensa, umana, sexy e ironica allo stesso tempo, lontana dall’eroismo muscolare di Schwarzenegger. Il suo Richards è vulnerabile, determinato, e rappresenta un individuo che lotta non solo per la propria vita, ma contro un sistema che lo ha schiacciato. Questa scelta attoriale rende il film più vicino al romanzo e più coinvolgente sul piano emotivo.

Una regia che fonde ritmo, ironia e spettacolarità

Edgar Wright conferma la sua abilità nel fondere ritmo, ironia e spettacolarità. Le sequenze d’azione sono orchestrate con precisione, dinamiche e mai banali. Wright utilizza la violenza come linguaggio cinematografico ma la accompagna con momenti di satira e ironia, evitando di cadere nel puro compiacimento visivo. La sua regia riesce a mantenere un equilibrio tra intrattenimento e riflessione, trasformando il film in un’esperienza che diverte e inquieta allo stesso tempo. La fotografia di Chung Chung-hoon e il montaggio curato da Paul Machliss sono semplicemente eccezionali e garantiscono un livello di adrenalina pura dall’inizio alla fine.

Satira e società dello spettacolo

Uno degli aspetti più riusciti del film è la sua capacità di riflettere sulla società contemporanea. “The Running Man” diventa una metafora del potere dei media e della spettacolarizzazione della violenza. Il pubblico che assiste al reality rappresenta una massa complice, assetata di sangue e intrattenimento, specchio di un mondo reale sempre più dominato da algoritmi e audience. Wright accentua questa dimensione satirica, rendendo il film non solo un thriller distopico, ma anche una critica sociale pungente. Dal punto di vista visivo, il film si distingue per un’estetica punk e distopica, con scenografie che evocano un futuro degradato e oppressivo. La colonna sonora di Steven Price contribuisce a creare un’atmosfera tesa e vibrante, in cui ogni sequenza è costruita per amplificare la sensazione di claustrofobia e pericolo.
The Running Man è un adattamento che riesce a rispettare lo spirito del romanzo di Stephen King, aggiornandolo per il pubblico contemporaneo. È un film che unisce spettacolo e riflessione, azione e satira, con un protagonista credibile e una regia che non lascia respiro. Wright e Powell consegnano un’opera che non è solo intrattenimento, ma anche un monito sulla deriva della società dello spettacolo. Forse, l’unica pecca è che non si è riusciti a dare molto spazio a Josh Brolin (Dan Killian, il produttore del programma), Colman Domingo (Bobby Thompson, il conduttore del programma), Lee Pace (Evan McCone) ed Emilia Jones (Amelia Williams) però, in 133 minuti, non ci siamo mai annoiati.

Il voto di Cinefily

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