Una giornata storica alla Mostra del Cinema di Venezia: la grande attrice americana Ellen Burstyn ha ritirato il premio alla carriera, celebrando sei decenni di inarrivabile talento, coraggio e dedizione assoluta all’arte della recitazione.
L’accoglienza tributata ad Ellen Burstyn al Palazzo del Cinema di Venezia è stata viscerale e travolgente, segnata da lunghi minuti di applausi ininterrotti e dall’intensa commozione della stessa attrice. Giunta al Lido in occasione della consegna del riconoscimento, la 93enne interprete statunitense ha dimostrato ancora una volta una tempra straordinaria. La sua presenza è stata impreziosita da due attese proiezioni fuori concorso: la commedia Place to Be, di Kornél Mundruczó e il cortometraggio Flesh Impact, diretto da Maggie Gyllenhaal. In quest’ultimo lavoro, la Burstyn si cimenta nell’interpretazione surreale e toccante di un’ipotetica Marilyn Monroe centenaria. La diva ha accolto il premio manifestando enorme gioia per il riconoscimento e per il suo profondo legame con la città lagunare.
L'emozione della grande diva e l'incontro fugace con Marylin Monroe
Profondamente toccata dal calore del pubblico e della critica, l’attrice ha condiviso con la sala tutta la sua gratitudine con parole cariche di entusiasmo: “Non solo ho la possibilità di viaggiare in una delle mie città preferite in assoluto in tutto il mondo… ma me ne torno a casa stringendo tra le braccia un Leone d’Oro! Mi sento così onorata, così felice, così piena di gratitudine!”.
Nel corso dell’incontro con i giornalisti, la Burstyn si è mossa con grazia tra ricordi personali, battaglie civili e visioni sul futuro. Ha rievocato con commozione l’unico, fugace incontro della sua vita con Marilyn Monroe, avvenuto all’inizio della sua carriera: “Era seduta in un locale notturno. Rimasi incantata a guardarla, era una creatura magica. Poi lei ha incrociato il mio sguardo e mi ha fatto un piccolo cenno con la testa. Mi sembrava impossibile si rivolgesse a me: è un momento che porto ancora nel cuore”.
Ha poi riflettuto sull’evoluzione delle donne nell’industria cinematografica, ricordando come sul set un tempo vi fossero solo uomini e celebrando le conquiste ottenute grazie alle battaglie femminili, per poi rivolgere un pensiero ai giovani attori e alle sfide moderne della tecnologia e dell’Intelligenza Artificiale, auspicando che rimanga sempre “sicura e rispettosa dell’essere umano“.
Dalle origini alla palestra dell'Actors Studio
Nata a Detroit nel 1932 con il nome di Edna Rae Gillooly, il percorso artistico di Ellen Burstyn è stato frutto di una gavetta rigorosa, lontana dai facili automatismi del successo istantaneo. Prima di comprendere che la sua vera vocazione risiedeva nell’immedesimazione drammatica, ha lavorato come modella, ballerina e valletta per la televisione. La svolta determinante ha luogo a New York con l’ingresso all’Actors Studio e l’incontro con il maestro Lee Strasberg. L’assimilazione viscerale del “Metodo” ha segnato in modo indelebile la sua cifra stilistica: una ricerca ostinata e quasi chirurgica della verità psicologica, priva di orpelli retorici o virtuosismi artificiali. Questa totale dedizione alla recitazione come indagine interiore la porterà anni dopo a diventare co-presidente dello stesso Actors Studio al fianco di Al Pacino, affermandosi come punto di riferimento essenziale per intere generazioni di interpreti.
L'esplosione nella New Hollywood con Friedkin e Scorsese
Dopo essersi fatta notare nel capolavoro malinconico L’ultimo spettacolo (1971), di Peter Bogdanovich, nei primi anni ’70, la Burstyn diviene una delle figure simbolo della rivoluzione culturale e stilistica della New Hollywood. Nel cult horror L’esorcista (1973), di William Friedkin regala una prova monumentale nei panni di Chris MacNeil, restituendo con cruda autenticità l’angoscia, il senso di impotenza e la disperata forza materna di fronte all’incomprensibile. Poco dopo, è lei stessa ad acquisire i diritti e a promuovere con pervicacia la realizzazione di Alice non abita più qui (1974), affidando la regia all’allora emergente Martin Scorsese. Nel ruolo di una vedova sola che attraversa l’America in cerca di indipendenza e riscatto per sé e per il proprio figlio, l’attrice firma una prestazione memorabile che le vale il premio Oscar come Miglior Attrice Protagonista, consolidando la sua figura di attrice-autrice capace di orientare le scelte produttive dell’epoca.
Sfide stilistiche e il capolavoro Requiem for a Dream
Nel corso dei decenni successivi, l’attrice ha continuato a mettere la sua straordinaria versatilità al servizio di autori di primo piano, cimentandosi nei contesti narrativi più disparati, come dimostrano le sue prove in Providence (1977), di Alain Resnais; Il re dei giardini di Marvin (1972), di Bob Rafelson o Hardcore (1979), diretto da Paul Schrader. All’inizio del nuovo millennio, la sua carriera conosce un ulteriore vertice espressivo con l’interpretazione di Sara Goldfarb nel crudo Requiem for a Dream (2000), di Darren Aronofsky. La sua discesa negli inferi della solitudine, della dipendenza da anfetamine e del delirio televisivo rappresenta una delle pagine attoriali più devastanti, catartiche e potenti della storia del cinema moderno, coronata da un’ennesima candidatura all’Oscar e capace di ipnotizzare e sconvolgere anche le generazioni di spettatori più giovani.
Un talento senza tempo tra cinema d'autore e ricerca costante
Negli ultimi anni, ben oltre il compimento dell’ottantesimo e poi del novantesimo anno di età, Ellen Burstyn non ha mai manifestato il desiderio di ritirarsi, continuando a collaborare con registi contemporanei in opere di grande risalto come Interstellar (2014), di Christopher Nolan e Pieces of a Woman (2020), di Kornél Mundruczó. Membro del ristretto ed esclusivo gruppo di interpreti premiati con la cosiddetta “Triple Crown of Acting” – avendo conquistato nella sua carriera l’Oscar, l’Emmy e il Tony Award –, la diva riceve a Venezia un omaggio che va ben oltre la semplice celebrazione nostalgica. Il Leone d’Oro coronato oggi in Laguna festeggia l’integrità morale, l’indipendenza di pensiero e la passione inestinguibile di un’artista che ha fatto della recitazione un atto d’amore e di ricerca della verità per tutta la vita.



