I ventagli di protesta con l’hashtag #SoloUna, distribuiti davanti al Palazzo del Cinema, hanno riacceso i riflettori su una selezione che vede soltanto due autrici in corsa per il Leone d’Oro. Il caso di Venezia 83 mette a nudo i nodi strutturali, le barriere d’accesso ai grandi budget e le disparità che ancora caratterizzano l’industria cinematografica globale. Vediamoli insieme.
L’esigua presenza femminile nella selezione principale della 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia ha riacceso con straordinaria virulenza un dibattito mai davvero sopito all’interno dell’industria culturale europea e internazionale. A far discutere addetti ai lavori, critici e associazioni di categoria è la vistosa sproporzione nella corsa verso il Leone d’Oro, un dato che ha riaperto interrogativi profondi sullo stato della filiera cinematografica globale, sui meccanismi di accesso ai grandi budget di produzione e sui criteri di selezione applicati dai comitati dei festival di fascia A. Se da un lato la direzione artistica guidata da Alberto Barbera difende l’assoluta autonomia delle scelte rifiutando qualsiasi logica di quota o condizionamento esterno, dall’altro i movimenti per la parità denunciano l’esistenza di un blocco sistemico che continua a limitare lo spazio per lo sguardo femminile proprio nelle sezioni a più alta visibilità mediatica e di mercato.
La mobilitazione al Lido tra #SoloUna e le forme di protesta
Al Lido di Venezia, proprio davanti al Palazzo del Cinema, il clima di tensione culturale ha trovato un’espressione simbolica e visibile: centinaia di ventagli distribuiti a pubblico e accreditati con le scritte #SoloUna e #Oneisnotenough hanno richiamato l’attenzione sulla ridotta presenza delle registe nella selezione in concorso. La mobilitazione, promossa dal festival Cinema e donne di Firenze con il sostegno del collettivo Assemblea delle lavoratrici del cinema, si è proposta di accendere un faro su una situazione ritenuta ormai inaccettabile. Il gesto ha accompagnato e amplificato la discussione sulla composizione della competizione principale, trasformando il piazzale del festival in un palcoscenico di rivendicazione politica per un’assenza che le attiviste rifiutano di considerare come un dato fisiologico o normale.
Inizialmente, il quadro del Concorso vedeva la presenza di un’unica autrice in gara per il massimo riconoscimento: la regista danese May el-Toukhy con la sua opera d’epoca Kvinde Ukendt (Woman Unknown). Successivamente, con l’inserimento nel programma del documentario Naza, la rappresentanza è salita a due registe, poiché il titolo vede tra i suoi autori la co-regista donna Rachel Szor al fianco di Yuval Abraham. Nonostante questa aggiunta porti a due le opere a firma anche femminile su ventuno partecipanti, la sostanza della contestazione resta immutata. La percentuale rimane irrisoria e segna una netta battuta d’arresto rispetto ai progressi delle edizioni recenti, dimostrando quanto l’equilibrio della rappresentanza sia ancora precario: basta un singolo ciclo produttivo segnato da ritardi o disinvestimenti per azzerare la visibilità delle cineaste ai vertici del festival.
La difesa della direzione e il principio della neutralità meritocratica
In risposta alle critiche sollevate dalla stampa e dalle organizzazioni di settore, la direzione artistica ha ribadito con fermezza la propria linea strategica: la selezione dei titoli avviene unicamente in base al valore intrinseco e alla qualità linguistica delle opere sottomesse, senza applicare quote di genere predeterminate. Secondo questa visione, la commissione selezionatrice opera esclusivamente al termine della catena industriale e non può farsi carico delle disparità che si generano a monte, durante le delicate fasi di finanziamento e sviluppo delle sceneggiature. Il festival, sostiene la direzione, deve limitarsi a essere uno specchio fedele di ciò che il mercato cinematografico globale produce in un determinato arco temporale.
Le contestazioni delle associazioni e il collo di bottiglia dei budget
Dal canto loro, le associazioni di categoria e le reti di autrici respingono l’idea che un processo di selezione possa considerarsi del tutto “neutrale”, sostenendo che i parametri stessi di valutazione della qualità artistica siano spesso condizionati da standard storicamente consolidati. Il nodo centrale della questione rimane l’accesso ai grandi finanziamenti: alle registe vengono ancora affidate in prevalenza opere prime, documentari o film indipendenti a budget contenuto, mentre le produzioni ad alto budget destinate ai grandi concorsi internazionali continuano a essere a trazione quasi esclusivamente maschile. Senza un intervento strutturale sulle fasi di sviluppo, produzione e distribuzione, la presenza femminile nei contesti competitivi di primissimo piano rischia di rimanere un fenomeno episodico legato alle casualità delle singole annate.
I contesti delle altre sezioni e le prospettive future dell'industria
Mentre il Concorso principale evidenzia questo marcato divario, la presenza femminile trova fortunatamente uno spazio di maggior rilievo nelle sezioni collaterali e parallele del festival, come Orizzonti e le Giornate degli Autori, dove figurano diverse opere dirette da autrici italiane e internazionali. Questa articolazione dimostra come il fermento creativo delle registe sia straordinariamente vivace nei territori dedicati alla ricerca, al cortometraggio e ai linguaggi emergenti. La vera sfida aperta per l’intera industria cinematografica riguarda ora la capacità di accompagnare queste autrici nel passaggio verso il mercato dei grandi progetti, garantendo loro la continuità di carriera necessaria per occupare stabilmente i palcoscenici cinematografici più prestigiosi al mondo.



