Lee Cronin tenta un’operazione che va ben oltre il semplice reboot. La Mummia è una vera e propria rifondazione linguistica e concettuale di un’icona cinematografica. Il regista, già noto per la sua capacità di fondere horror viscerale e tensione psicologica, prende le distanze da qualsiasi tradizione precedente legata alla figura della mummia — sia quella classica Universal sia quella più avventurosa e spettacolare moderna — per costruire un’opera che si inserisce pienamente nel panorama dell’horror contemporaneo d’autore.
Fin dalle prime sequenze, il film chiarisce le sue intenzioni: non c’è alcuna volontà di stupire con scenografie faraoniche o mitologie esotiche ricostruite in modo spettacolare, ma concentra l’attenzione sul trauma, sul corpo e sullo spazio domestico. L’elemento archeologico diventa secondario, quasi un pretesto narrativo, mentre il vero fulcro è la disgregazione psicologica e fisica dei personaggi. Noi abbiamo visto il film e vi diciamo cosa ne pensiamo, come al solito, senza spoiler.
LA TRAMA
Il ritorno della maledizione
Una famiglia viene sconvolta dal ritorno della figlia Katie, scomparsa otto anni prima nel deserto. Inizialmente accolto come un miracolo, il ritorno della ragazza si trasforma in un incubo: Katie è posseduta da un’oscura entità egizia e presenta un comportamento disturbante, portando terrore e una antica maledizione in casa.
INFO & CAST
Durata 134 min
Regia: Lee Cronin
Cast
Jack Reynor: Charlie Cannon
Laia Costa: Larissa Santiago-Cannon
May Calamawy: det. Dalia Zaki
Natalie Grace: Katie Cannon
Veronica Falcón: Carmen Santiago
Emily Mitchell: Katie da bambina
May Elghety: Layla Khalil
Shylo Molina: Sebastian Cannon
Billie Roy: Maud Cannon
Hayat Kamille: la maga
Dean Allen Williams: Sebastian da bambino
LA RECENSIONE
Uno slow horror domestico travestito da film di mostri
La vera innovazione del film di Cronin sta nella sua struttura narrativa. Infatti, il regista – autore anche della sceneggiatura – utilizza il pretesto del ritorno “miracoloso” della figlia scomparsa per costruire un horror profondamente radicato nella dimensione familiare. Il racconto si sviluppa secondo una progressione lenta ma in crescendo, che privilegia la tensione accumulativa rispetto agli shock immediati.
Dal punto di vista dello script, il film adotta una costruzione modulare: sequenze apparentemente quotidiane vengono gradualmente contaminate da elementi disturbanti, spesso introdotti attraverso dettagli visivi o sonori quasi impercettibili. Questo approccio richiama tecniche tipiche del cosiddetto “slow horror”, in cui il ritmo dilatato diventa uno strumento per amplificare l’angoscia.
Un elemento particolarmente interessante è l’ambiguità semantica del “mostro”. Non esiste una definizione chiara di ciò che sta accadendo: Cronin evita spiegazioni esplicite, lasciando lo spettatore sospeso tra diverse interpretazioni — possessione, malattia, contaminazione biologica, o persino metafora psicologica. Questa scelta, seppur magnetica, comporta anche un rischio, ovvero, la mancanza di un quadro interpretativo stabile che può generare un po’ di confusione.
Un film diviso tra brutalità e controllo
La regia di Cronin rappresenta uno degli aspetti più solidi e riconoscibili del film. L’uso della camera a mano è calibrato con precisione, non viene impiegata in modo caotico (effetto mal di mare per intederci), ma come strumento per aumentare il senso di instabilità percettiva nei momenti chiave. Nei momenti di maggiore tensione, Cronin ricorre spesso a inquadrature ravvicinate (close-up estremi) che deformano lo spazio e mettono lo spettatore in una posizione di disagio, disturbante.
Dal punto di vista del montaggio (curato da Bryan Shaw), il film alterna sequenze a ritmo lento, caratterizzate da long take e tempi morti, a esplosioni improvvise di violenza montate con tagli rapidi e disorientanti. Il design degli effetti speciali merita una menzione particolare: Cronin privilegia effetti pratici (prostetici, trucco, materiali organici) rispetto alla CGI, ottenendo un risultato estremamente tangibile e disturbante. Il body horror diventa così non solo una scelta estetica, ma una vera e propria dichiarazione poetica.
Uno degli aspetti più interessanti del film è il suo rapporto con il concetto stesso di “mummia”. Cronin decostruisce completamente l’immaginario tradizionale, eliminando quasi tutti gli elementi iconografici riconoscibili. Dal punto di vista teorico, si potrebbe parlare di un processo di “astrazione del mostro”: la mummia non è più un’entità definita, ma una condizione, uno stato di trasformazione. Questo approccio si inserisce in una tendenza più ampia dell’horror contemporaneo, che tende a privilegiare metafore corporee e psicologiche rispetto a figure mostruose codificate.
Il finale, coerente con l’impostazione del film, rifiuta qualsiasi chiusura rassicurante. Tecnicamente, si tratta di un finale aperto, costruito più su suggestioni visive e sonore che su una risoluzione narrativa tradizionale.
Il cast è il cuore emotivo del film
Le performance attoriali rappresentano il principale ancoraggio emotivo di un film che, per sua natura, tende a destabilizzare continuamente lo spettatore. Jack Reynor e Laia Costa costruiscono una dinamica familiare credibile e stratificata, basata su micro-espressioni, silenzi e tensioni non dette. Dal punto di vista tecnico, il loro lavoro si distingue per un uso molto controllato della gestualità e della prossemica: la distanza fisica tra i personaggi diventa progressivamente un elemento narrativo, riflettendo la crescente alienazione.
Tuttavia, è Natalie Grace a dominare il film. La sua interpretazione si basa su una trasformazione corporea radicale: postura, ritmo dei movimenti, uso dello sguardo e persino la respirazione contribuiscono a creare una presenza scenica profondamente inquietante. Il lavoro sul corpo è quasi coreografico, con movimenti innaturali che richiamano sia il cinema dell’orrore giapponese sia il teatro fisico. La sua performance funziona anche a livello simbolico: il personaggio di Katie diventa un punto di intersezione tra umano e inumano, tra vittima e carnefice, generando una tensione emotiva costante. Veramente da brividi. Cosa ne pensiamo alla fine? Beh, diciamo che è una pellicola che ci ha convinto a metà, però siamo sicuri che alcuni aspetti non sviluppati a dovere lo saranno in un potenziale sequel (o almeno lo speriamo).
Il voto di Cinefily



