Resident Evil (2026), firmato dal visionario Zach Cregger (regista già amatissimo dalla critica horror per Barbarian e Weapons), raccoglie con coraggio l'eredità di un franchise che per troppi anni è stato imbrigliato in derive action tamarre e fumettistiche.
Il film è il secondo reboot e adattamento per il cinema della celebre saga videoludica di Capcom, in particolare di Resident Evil 2 del 1998, ma porta in scena una storia completamente originale e con personaggi non presenti nei giochi. Cregger compie una scelta narrativa tanto radicale quanto vincente: accantona temporaneamente i "supereroi" iconici come Leon S. Kennedy, Chris Redfield o Jill Valentine per posizionare la macchina da presa al livello del terreno. Ci ritroviamo così immersi nella famigerata e tragica notte dell'epidemia biologica a Raccoon City, ma vissuta interamente attraverso gli occhi sbarrati di un comune cittadino. Il risultato è un'esperienza sensoriale opprimente e senza respiro, capace di trasmettere tutta l'ansia e la sensazione d'impotenza di chi si ritrova improvvisamente a combattere per un minuto di vita in più all'interno di un vero e proprio inferno in terra. Noi l ‘abbiamo visto per voi e vi diciamo cosa ne pensiamo.
LA TRAMA
Bryan e il virus a Raccoon City
Il protagonista assoluto della vicenda è Bryan (interpretato dal lanciatissimo Austin Abrams), un semplice corriere di materiale medico che si trova nel posto sbagliato nel momento peggiore possibile. Inviato per una frettolosa consegna di routine presso l’Ospedale Generale di Raccoon City, Bryan rimane sfortunatamente intrappolato all’interno del complesso sanitario proprio mentre il letale Virus T dilaga nei corridoi, trasformando medici e pazienti in abomini affamati di carne umana. In questa rocambolesca e sanguinosa corsa contro il tempo per fuggire dall’edificio e trovare una via d’uscita da una città ormai condannata all’annientamento, Bryan incrocerà la strada di una galleria di sopravvissuti grotteschi e disperati. Tra questi spiccano un ambiguo inserviente (Zach Cherry), una determinata mercenaria con un passato oscuro (Kali Reis) e un enigmatico burocrate legato ai segreti sporchi della Umbrella Corporation (Paul Walter Hauser). Insieme saranno costretti a stringere un’alleanza precaria per sopravvivere a una carneficina claustrofobica dove l’orrore si cela dietro ogni singolo angolo.
INFO & CAST
Durata: 95 min
Regia: Zach Cregger
Cast:
Austin Abrams: Bryan
Zach Cherry: Carl
Kali Reis: Michelle
Paul Walter Hauser: Paul
Johnno Wilson: Wilson
Emily Piggford: dott.ssa Maria Stokes
Will Merrick: David
Zoé Bellas: Bird
Chris Lew Kum Hoi: Stanley
Griffin Newman: Wade
Magdalena Sittovaas: Agatha
LA RECENSIONE
Il linguaggio del terrore e la magia della tensione ad orologeria
Zach Cregger dimostra, ancora una volta, una padronanza tecnica straordinaria, riuscendo nell’impresa in cui molti prima di lui hanno fallito: tradurre la grammatica ludica del survival horror in forma puramente cinematografica senza ricorrere a ridicoli espedienti grafici o citazioni fuori luogo tanto per impressionare lo spettatore o strizzare l’occhio ai gamers. La sua regia sfrutta sequenze a camera a mano e claustrofobici piani sequenza che strisciano nei corridoi bui dell’ospedale, costringendo lo spettatore a condividere l’angolo cieco del protagonista. Non ci sono barre della salute o inventari visibili, eppure percepiamo fisicamente il peso del “sistema di risorse“: ogni singolo proiettile sparato da un Bryan terrorizzato, esausto e pieno di sangue ha un valore inestimabile. Il montaggio sonoro si rivela una vera e propria arma vincente: il respiro affannato, lo scricchiolio dei vetri sotto le scarpe, i passi pesanti di minacce indistinte nei condotti d’aerazione e i lamenti soffocati trasformano l’ambiente in un organismo vivo e ostile. Cregger rende un omaggio fenomenale alle atmosfere d’isolamento di Resident Evil 2 e Resident Evil 7: Biohazard, costruendo una narrazione in cui l’anticipazione della minaccia fa persino più paura della sua spaventosa palesazione, proprio come avviene nei videogiochi.
Un cast inconsueto per una parabola di sopravvivenza avvincente
La scelta del cast è stata favolosa. Austin Abrams – volto amatissimo di The Walking Dead e Euphoria – è un protagonista perfetto proprio perché privo dell’aura da “duro” o da eroe. Il suo Bryan non sa impugnare propriamente un’arma, trema, sbaglia, commette errori dettati dal panico e proprio per questo risulta tremendamente umano e reale. Lo spettatore teme per la sua vita ad ogni scontro ed è dalla sua parte. Attorno a lui gravita un gruppo di caratteristi eccezionali che impreziosiscono il racconto con pennellate di un’umanità corrotta: Paul Walter Hauser (Paul) regala una performance magnetica, dosando quell’umorismo grottesco e malato che è diventato un vero e proprio marchio di fabbrica del cinema di Cregger; Kali Reis (Michelle) porta in scena una presenza fisica imponente e pragmatica, incarnando il cinismo di chi conosce già i segreti della bio-minaccia; Zach Cherry (Carl), infine, è un’ottima spalla drammatica che riflette la paralisi emotiva dell’uomo qualunque di fronte all’impossibile.
Effetti devastanti per il miglior reboot del franchise
Sul piano puramente visivo e artigianale, la scelta di Cregger di ridurre al minimo la CGI in favore di trucchi prostetici ed effetti pratici paga dividendi altissimi. Gli infetti e i mostri hanno una matericità rivoltante: la pelle lacerata, i fluidi biologici, i movimenti sregolati e le deformazioni ossee restituiscono allo spettatore un senso di orrore corporale che mancava dai tempi d'oro del genere. Il gore è dosato con spietata precisione e non risulta mai fine a sé stesso, ma serve a sottolineare la letalità costante del Virus T. Con un ritmo indiavolato che non concede un attimo di tregua, questo reboot si impone come l'adattamento definitivo del franchise di Capcom, un'opera spietata, tesissima, visivamente spettacolare e capace di ricordare a tutti che, per fare un grande film di Resident Evil, non servono esplosioni pirotecniche, ma l'oscurità, pochi proiettili e tanta, purissima paura.
Il voto di Cinefily



