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Sam Mendes, regista di successi come American Beauty, 1917 oltre due film della serie di James Bond (Skyfall e Spectre), torna sul grande schermo con Empire of Light, al debutto nelle sale italiane il 2 marzo. Con un cast composto da nomi del calibro di Olivia Colman, Michael Ward, Colin Firth e Toby Jones, il regista britannico si allontana dai toni action dei suoi lavori recenti, pur mantenendo la sua inconfondibile impronta autoriale, per offrire al pubblico un dramma sentimentale che sembra allontanarsi dai suoi canoni tradizionali.

https://www.youtube.com/watch?v=4nfrgrl27rE
LA TRAMA

La potenza dei legami umani

Ambientato nei primi anni Ottanta all’interno e nelle vicinanze di un vecchio cinema sbiadito in una cittadina costiera dell’Inghilterra, il film segue Hilary (Olivia Colman), una donna che gestisce il cinema e deve fare i conti con la sua salute mentale, e Stephen (Micheal Ward), un nuovo dipendente che sogna di fuggire da questa cittadina provinciale in cui deve affrontare avversità quotidiane. Sia Hilary che Stephen trovano un senso di appartenenza attraverso la loro dolce e improbabile relazione,e sperimentano il potere curativo della musica, del cinema e della comunità.

Empire of Light: recensione del film di Sam Mendes
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INFO & CAST
Anno 2022
Durata 119 min
Regia Sam Mendes

 

Cast
Olivia Colman: Hilary
Micheal Ward: Stephen
Colin Firth: Donald Ellis
Toby Jones: Norman
Tom Brooke: Neil

LA RECENSIONE

Nonostante il titolo del film, Empire of Light è un film che illumina ben poco

Sam Mendes, il regista di 1917, un’epopea bellica girata in un’unica ripresa che omaggiava il nonno veterano della Prima Guerra Mondiale, porta ora in scena il suo ultimo lavoro, Empire of Light, un dramma ambientato negli anni ’80 in un vecchio cinema di mare ormai decadente. Anche questa storia ha un elemento personale che il regista porta con sè: un tributo alla madre che soffriva di malattie mentali. Il risultato è un melodramma d’epoca che cerca con impegno di essere molte cose allo stesso tempo: un romanzo sbagliato, un ritratto di un crollo nervoso, uno scatto della Gran Bretagna della Thatcher attraversata da tensioni razziali e una sorta di lettera d’amore al cinema. Ma come si usa dire “chi troppo vuole, nulla stringe” così allo stesso tempo il film di Mendes risulta confuso sulla sua identità.

La prima volta che facciamo la conoscenza di Hilary (Olivia Colman), lei è una lavoratrice cinematografica svogliata e impegnata in una relazione extraconiugale poco romantica con il manager (interpretato da Colin Firth). Da qui a poco emerge chiaramente ma molto lentamente come Hilary abbia avuto una storia di problemi di salute mentale e si muova nel mondo intorpidito dagli antidepressivi. È l’ennesima performance straordinaria e sconvolgente della Colman, anche se a volte la storia di Hilary cade nei canoni più facili del melodramma

Mentre la salute di Hilary domina la scena, la promessa di un’elegia in stile Cinema Paradiso inizia a svanire.

Poi arriva Stephen (Micheal Ward), che irradia di luca la cupa esistenza di Hilary. Sebbene sia un po’ il classico personaggio da sogno che guarisce una donna depressa, e rischi di apparire troppo forzato come mezzo per insegnare il Razzismo 101 ai personaggi bianchi ingenui, è interpretato in modo carismatico da Ward. (Da tenere d’occhio per futuri ruoli da protagonista, io l’ho detto! 😉 ).

Empire of Light: recensione del film di Sam Mendes

Spesso il cinema sembra un personaggio secondario, un elemento accessoria relegato a mero arredo. Ma che arredo!

Con la solita abilità nella fotografia di Roger Deakins e un accurato design d’epoca di Mark Tildesley, Mendes evoca un tempo e un luogo molto specifici, subito riconoscibili soprattutto ai britannici di una certa fascia d’età: un tempo di pessimismo economico, tende frilly e scomodi occhiali NHS. I registi trovano una strana bellezza in questa desolazione, specialmente nella grande nobiltà del cinema stesso, una sorta di tesoro archeologico perduto.

IN CONCLUSIONE

Pare evidente la mancanza di profondità di Empire of Light, quasi come se il film fosse concentrato maggiormente sulla rappresentazione di emozioni forti piuttosto che sulla capacità di riflettere la completezza dell'esperienza di vita di un individuo. Mendes stesso ha dichiarato che il film è un tributo alla propria madre, mentre altri lo hanno definito una lettera d'amore al cinema. Tuttavia, nonostante queste premesse perché il film è così stranamente impersonale? Così freddo? Così chiuso nei confronti del pubblico?

Il voto di Cinefily

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