Presentata e premiata alla 21esima Festa del Cinema di Roma e diretto da Kasia Smutniak, scritta insieme a Marella Bombini e prodotta da Fandango in associazione con Luce Cinecittà, Mustang è un'opera stratificata e profondamente intima che affonda le sue radici in un arco temporale lungo oltre 20 anni. Al centro del progetto c’è il legame indissolubile con il Nepal, un territorio aspro e spirituale, sospeso nel tempo, che la regista ha iniziato a vivere e documentare molto tempo fa insieme a Pietro Taricone, il “ragazzone” protagonista del primo Grande Fratello poi diventato suo compagno di vita e padre di sua figlia Sophie (uguale a lui!). Quel ragazzo si è poi rivelato un’anima straordinaria, un uomo carismatico e animato da una curiosità insaziabile verso il mondo, da un entusiasmo contagioso e da una voglia inarrestabile di vivere ogni istante con pienezza e intensità. Il documentario si muove agilmente tra i registri del reportage di viaggio, del diario personale e di bordo e della testimonianza umana, mescolando frammenti di archivio di inestimabile valore emotivo con la freschezza e la spontaneità di un'esplorazione contemporanea. Attraverso lo sguardo e il percorso di Sophie, il racconto si apre a una dimensione generazionale e universale, interrogandosi sul significato del ricordo, sull'identità e sul delicato bilanciamento tra la modernità occidentale e la conservazione di un'antica spiritualità himalayana. La figura di Pietro attraversa l'intero asse narrativo dell'opera, trasformando il cammino in un atto d'amore e di custodia della memoria, un modo per celebrare la vita e per continuare a sognare seguendo il flusso inarrestabile della trasformazione che in quei luoghi viene definito Samsara.

LA RECENSIONE

Un viaggio dentro le anime

Mustang prende forma attraverso un viaggio itinerante e geografico che diventa un profondo percorso interiore, specchio perfetto dell’anima avventurosa di Pietro Taricone, un uomo che ha sempre vissuto ogni sfida con il cuore aperto e la valigia piena di speranze. Zaino in spalla, la narrazione si snoda tra i sentieri e le vette del Nepal, addentrandosi in un mondo remoto dove le strade tradizionali lasciano spazio al silenzio, al vento e al volo delle aquile. Nel corso del documentario, le immagini del presente si intrecciano con vecchi filmati del passato, ripescati da un archivio personale che restituisce frammenti di vita vissuta, risate piene, sguardi complici e momenti di pura felicità condivisi con Pietro, un ragazzo indimenticabile che sapeva catturare la bellezza di ogni luogo. Il viaggio nello spazio fisico si specchia nell’evoluzione dei luoghi e delle persone, toccando piccoli villaggi come Ghami e incontrando i segni tangibili e contraddittori di una modernità che avanza. A fare da guida in questo percorso di scoperta e passaggio di testimone c’è Sophie, la cui prospettiva e il cui viaggio collegano epoche diverse, unendo il ricordo di ciò che è stato alla concretezza del domani, in un flusso continuo di partenze, ritorni e consapevolezze acquisite passo dopo passo, celebrando l’amore per l’esistenza che Pietro ha sempre incarnato. 

Mustang

Un'intima elegia tra memoria privata e respiro collettivo

Il valore principale del docufilm risiede nella sua straordinaria capacità di rendere universale un dolore e un percorso profondamente privati, mantenendo sempre una forte autenticità, una gioia di fondo e una delicata sensibilità emotiva. Kasia Smutniak dimostra un grande coraggio autoriale nell’utilizzare il mezzo cinematografico come strumento di indagine sul mondo e come un vero e proprio esercizio di elaborazione del tempo che passa, celebrando al contempo lo spirito vitale di Pietro Taricone, i suoi progetti e le sue passioni che hanno lasciato un segno indelebile in chiunque lo abbia conosciuto. I vecchi filmati amatoriali e la voce di Pietro fluiscono naturalmente all’interno di un presente in movimento, ricordando allo spettatore che la memoria rappresenta una fiamma viva capace di illuminare il presente con energia positiva. Il progetto della costruzione della scuola, nella seconda parte, ci colpisce dritto al cuore e ci fa pensare che se tutti noi facessimo qualcosa del genere, forse qualcosa in questo mondo potremmo davvero cambiarla. Questa stratificazione emotiva conferisce al documentario una densità altissima, capace di colpire lo spettatore dritto al cuore grazie a una sincerità luminosa che pervade ogni singola inquadratura e ci fa inevitabilmente versare qualche lacrima. 

La forza visiva del paesaggio e la ricerca di un tempo sospeso

Dal punto di vista estetico e formale, Mustang offre un impatto visivo di molto potente, sfruttando la bellezza e la severità dei panorami nepalesi come un vero e proprio personaggio aggiunto della narrazione, ideale per accogliere lo spirito esplorativo di Pietro Taricone, sempre innamorato della natura incontaminata e della libertà. La macchina da presa si muove con rispetto e pazienza, catturando l'essenza di un mondo montano fatto di silenzi, pietra e vento, accostando la staticità millenaria della roccia alla dinamicità del mondo occidentale da cui la regista e i suoi compagni di viaggio provengono. La regia predilige un'osservazione contemplativa e partecipe, in cui ogni inquadratura riflette lo stato d'animo dei protagonisti e la bellezza dei luoghi. La fusione tra la natura selvaggia, i rituali locali legati alla spiritualità del Samsara e il cammino umano restituisce un'opera visivamente ipnotica, capace di comunicare un profondo senso di pace e di contemplazione.
Oltre alla dimensione affettiva e paesaggistica, l’opera stimola una riflessione acuta e complessa sulle trasformazioni del nostro tempo, interrogandosi sull'impatto che il turismo globale e il progresso tecnologico generano su comunità remote e incontaminate, preservando al contempo la purezza di quei sogni di scoperta che hanno guidato i primi viaggi di Pietro. Il film evidenzia come la modernità, simboleggiata dalla presenza perenne della connettività e dei nuovi strumenti digitali, stia modificando il volto di luoghi un tempo inaccessibili, sollevando interrogativi etici importanti sulle modalità con cui ci rapportiamo all'altro e sull'autenticità dello sguardo di chi documenta culture differenti. In questo modo, l'opera di Kasia Smutniak si chiude lasciando nello spettatore un carico di spunti e interrogativi aperti, confermando che per andare avanti occorre la forza di voltarsi indietro, custodendo con gioia e gratitudine i fili luminosi del proprio passato.

Il voto di Cinefily

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