30 fa usciva nelle sale il capolavoro visivo di Baz Luhrmann che ha capovolto le regole del cinema moderno. Una rivisitazione iconica e travolgente del dramma di Shakespeare, dove il verso classico incontra l’estetica MTV, consacrando Leonardo DiCaprio e Claire Danes nell’olimpo della cultura pop. 

È molto difficile oggi, a distanza di 30 anni, comprendere appieno l’impatto che Romeo + Giulietta di William Shakespeare (William Shakespeare’s Romeo + Juliet) di Baz Luhrmann ebbe sul pubblico e sulla critica quando fece il suo debutto nelle sale americane il 1° ovembre 1996. Nel bel mezzo di un decennio dominato dal grunge, dall’estetica MTV e da una rivoluzione tecnologica e visiva senza precedenti, il regista australiano, reduce dal folgorante successo di Ballroom – Gara di ballo, decise di compiere un’impresa apparentemente folle e suicida: prendere uno dei testi più sacri, intoccabili e studiati della letteratura occidentale e immergerlo senza paracadute in un universo caotico, kitsch, iper-cinetico e postmoderno. Al centro di questo ambizioso e folle affresco, due giovanissimi e magnetici Leonardo DiCaprio e Claire Danes prestarono i loro volti e una chimica semplicemente perfetta per dar vita alla coppia di amanti più celebri della storia, trasformando il mito letterario in un’icona assoluta della cultura pop giovanile.  

Luhrmann mise su un tripudio psichedelico di pistole cromate, neon sfavillanti, camicie hawaiane sgargianti, musica pop-rock adrenalinica e passioni viscerali urlate attraverso il magniloquente verso originale del Bardo. Quella che poteva facilmente trasformarsi in una colossale e presuntuosa operazione di cattivo gusto si rivelò invece un miracolo artistico assoluto, un’opera d’arte totale capace di catturare l’essenza più pura, ribelle e giovanile della tragedia shakespeariana, restituendola intatta a una generazione che non sapeva di averne bisogno. Oggi, il film non solo mantiene intatta la sua dirompente freschezza visiva, ma si conferma come uno dei testi cinematografici più influenti e imitati degli anni ‘90, un monumento pop che ha ridefinito per sempre il concetto di cinema visivo e la percezione stessa dei classici sul grande schermo. 

La genesi folle di un'utopia visiva

La storia della nascita di questo progetto affonda le radici nella sensibilità teatrale e cinematografica di Baz Luhrmann e del suo inseparabile co-sceneggiatore Craig Pearce, i quali avevano già portato in scena una versione teatrale moderna del dramma in Australia prima ancora di sognare Hollywood. Quando la 20th Century Fox diede il via libera alla produzione, nessuno nello Studio aveva la minima idea di cosa si stesse preparando a finanziare, credendo forse di trovarsi di fronte a un semplice dramma romantico adolescenziale in chiave moderna. Al contrario, Luhrmann costruì un mondo immaginario totalizzante battezzato Verona Beach, un crogiolo urbano immaginario che fondeva le architetture decadenti di Città del Messico e Miami, trasformando la storica faida tra Capuleti e Montecchi in una guerra tra bande urbane armate non più di spade medievali, ma di pistole lucide e personalizzate con nomi evocativi come “Sword“ o “Dagger“, i cui loghi erano stampati bene in vista sulle impugnature. Questa operazione di trasposizione geografica e temporale non fu un mero esercizio di stile fine a sé stesso, ma una chiave di lettura geniale: il verso shakespeariano, recitato con un rigore formale assoluto e senza alterare una sola sillaba del testo originale del ‘500, stridette in modo ipnotico con lo sfondo di motel fatiscenti, spiagge affollate di drag queen, feste in piscina popolate da sosia di Elvis Presley e angeli caduti, e cattedrali gotiche dominate da neon intermittenti. L’intuizione di Luhrmann fu quella di trattare il testo di Shakespeare non come una reliquia da museo da maneggiare con i guanti bianchi, ma come il copione di un film d’azione postmoderno, un melodramma barocco dove la poesia più alta coesisteva felicemente con la cultura pop più sfrenata, creando un cortocircuito emotivo destinato a lasciare lo spettatore completamente tramortito e affascinato. 

Leonardo DiCaprio e Claire Danes: la chimica elettrica di un amore impossibile

Il motore inarrestabile dell’intero film risiede nell’incredibile alchimia e nella perfezione del casting dei due protagonisti, scelti quando entrambi erano all’apice di una grazia giovanile quasi surreale. Leonardo DiCaprio, reduce dal successo di critica per Basketball Diaries e Vite interrotte ma non ancora investito dallo tsunami planetario di Titanic, interpretò un Romeo Montecchi che ridefinì l’archetipo dell’eroe romantico cinematografico: malinconico, bellissimo con i suoi capelli scompigliati e lo sguardo perennemente velato di tristezza, capace di passare in un istante dalla disperazione adolescenziale alla furia omicida più cieca. Accanto a lui, una Claire Danes di appena 17 anni regalò alla sua Giulietta una forza interiore, una maturità e una determinazione sbalorditive, rifiutando lo stereotipo della fanciulla fragile e passiva per trasformarla in una giovane donna consapevole, disposta a sfidare il mondo intero e le convenzioni della propria famiglia per amore. Il loro primo incontro attraverso l’acquario — con i pesci tropicali che fluttuano placidi tra i loro volti mentre le note celestiali di Kissing You di Des’ree iniziano a risuonare — rimane una delle sequenze più magicamente romantiche e iconiche della storia del cinema moderno, un momento di sospensione temporale in cui il mondo esterno svanisce e i due attori comunicano attraverso sguardi di una purezza disarmante. Dietro le quinte, la tensione emotiva e il divertimento giovanile si mescolavano continuamente; aneddoti di set raccontano di un DiCaprio perennemente scherzoso che cercava in ogni modo di far ridere la rigorosa Danes tra un ciak e l’altro, cementando un’amicizia e un’intesa professionale che avrebbero reso ogni loro interazione sullo schermo dolorosamente vera, palpabile e straziante fino al tragico epilogo nella cripta. 

Un caleidoscopio di colori, citazioni e aneddoti da dietro le quinte

Il set di Romeo + Giulietta fu un vero e proprio laboratorio creativo itinerante. Girato quasi interamente tra Città del Messico e Veracruz, il film è sovraccarico di dettagli visivi, cartelloni pubblicitari ironici che strizzano l’occhio alla trama (come quelli che recitano “Out, out brief candle” o “Check Point Mercutio”), costumi stravaganti firmati da Kym Barrett e una colonna sonora curata maniacalmente dallo stesso Luhrmann insieme al supervisore musicale Anton Monsted, che divenne immediatamente un cult discografico planetario. Fu proprio durante la produzione che si registrarono episodi leggendari: basti pensare ad Harold Perrineau nei panni di un Mercuzio travestito da drag queen con tanto di paillettes, corsetto e tacchi a spillo che interpreta la celeberrima sequenza della Regina Mab in un tripudio di feste allucinogene e fuochi d’artificio, o a un John Leguizamo, nei panni di un Tebaldo spietato e vanitoso, ispirato nei movimenti e nell’aggressività ai galli da combattimento. E che dire del celebre bacio attraverso il vetro o della furiosa sparatoria sulle spiagge di Veracruz, dove le troupe dovettero fare i conti con la criminalità locale, le proteste sindacali e condizioni climatiche estreme che trasformarono le riprese in un’epopea di sopravvivenza artistica? La direzione della fotografia di Donald McAlpine, caratterizzata da una saturazione cromatica esasperata e da movimenti di macchina vertiginosi, completò l’opera, trasformando ogni scena in una tela barocca in perenne movimento, dove persino i momenti di più acuto dolore sembravano dipinti con i colori sgargianti e dolorosi di un fumetto d’autore. 

Romeo e Giulietta

Ti è piaciuto l'articolo? Lascia un commento!