Il Diavolo veste Prada 2 è uno di quei sequel che arrivano dopo così tanto tempo da dover giustificare non solo la propria esistenza narrativa, ma anche quella culturale. Il primo film è stato un successo commerciale ma anche un vero fenomeno capace di influenzare il modo in cui il pubblico percepisce il mondo della moda, il lavoro nelle grandi redazioni e, più in generale, le dinamiche di potere tra ambizione personale e identità.
Riprendere questi personaggi nel 2026 significa inevitabilmente confrontarsi con un pubblico che non è più lo stesso, ma che conserva un forte legame emotivo con quella storia. La regia di David Frankel prova a mantenere un equilibrio delicato: da un lato il rispetto per il tono originale, dall’altro la necessità di aggiornare tutto a un contesto completamente trasformato. Il mondo di Runway, infatti, non è più quello delle copertine patinate incontrastate, ma un ecosistema fragile, messo sotto pressione da influencer, algoritmi e nuove forme di consumo.
Questa premessa è fondamentale per comprendere l’approccio del film: non si tratta semplicemente di ritornare a un ambiente familiare per nostalgia, ma di osservare cosa resta di quel sistema quando perde la sua centralità. Ed è proprio questa tensione tra passato e presente che struttura l’intero racconto, rendendo il film più riflessivo e meno immediato rispetto al suo predecessore. Noi di Cinefily l’abbiamo visto per voi e vi diciamo cosa ne pensiamo, ovviamente, senza spoiler.

LA TRAMA

Miranda, Andy e Emily: 20 anni dopo ma con le stesse crisi

La narrazione riprende 20 anni dopo gli eventi del primo film e si apre su una Andrea Sachs ormai lontana dalla giovane assistente spaesata che il pubblico ricordava. Andy ha costruito una carriera credibile nel giornalismo, ma si trova in una fase di stallo, sia professionale che personale. Il suo percorso non è fallimentare, ma è segnato da una certa disillusione: il lavoro che aveva scelto per affermare la propria identità non le offre più le certezze di un tempo.

Parallelamente, Miranda Priestly si trova ad affrontare una crisi ben più ampia. Runway, simbolo di potere e influenza assoluta, è ora un’istituzione in declino, minacciata dalla trasformazione dell’editoria e dalla perdita di rilevanza culturale. Miranda non è più intoccabile: deve negoziare, adattarsi, persino scendere a compromessi, qualcosa che nel primo film sarebbe stato impensabile.

Il ritorno di Andy nel mondo di Runway avviene in modo graduale ma inevitabile, quasi come se il passato la richiamasse. Tuttavia, il rapporto tra lei e Miranda non si basa più su una dinamica gerarchica rigida. Andy non è più una subordinata, ma una professionista con esperienza e voce autonoma. Questo cambia completamente il tono delle loro interazioni, trasformandole in un confronto tra due visioni del mondo più che in uno scontro tra potere e sottomissione.

A complicare ulteriormente la situazione interviene Emily Charlton, che nel frattempo ha costruito una carriera di successo nel settore del lusso. Emily rappresenta una nuova forma di potere, più fluida e adattabile rispetto a quella incarnata da Miranda. La sua presenza introduce una dinamica triangolare fatta di rivalità, alleanze temporanee e tensioni sottili, che contribuiscono a rendere la trama più stratificata. La storia si sviluppa come un intreccio tra crisi professionali e trasformazioni personali, colpi di scena e battute al fulmicotone, con al centro la domanda su cosa significhi davvero avere successo in un mondo che cambia continuamente.

INFO & CAST
Anno 2026
Durata 119 min
Regia: David Frankel

Cast:
Meryl Streep: Miranda Priestly
Anne Hathaway: Andrea “Andy” Sachs
Emily Blunt: Emily Charlton
Stanley Tucci: Nigel Kipling
Tracie Thoms: Lily
Tibor Feldman: Irv Ravitz
Kenneth Branagh: Stuart
Justin Theroux: Benji Barnes
Simone Ashley: Amari Mari
Lucy Liu: Sasha Barnes
Patrick Brammall: Peter
Caleb Hearon: Charlie
Helen J. Shen: Jin
J. Novak: Jay Ravitz
Lady Gaga: Sé stessa

LA RECENSIONE

Un sequel che esiste per vari motivi (ma non sempre convince)

Una delle qualità più evidenti del film è il fatto di avere una ragione tematica per esistere. Non si limita a riproporre dinamiche già viste, ma prova a interrogarsi su come il tempo abbia modificato personaggi e contesto. Questo tentativo di evoluzione è apprezzabile e, in molti momenti, anche efficace, perché evita la sensazione di operazione puramente commerciale.

Tuttavia, proprio questa ambizione si scontra con una certa prudenza nella scrittura. La sceneggiatrice Aline Brosh McKenna sembra voler dire molto, ma senza mai spingersi davvero fino in fondo. Le idee ci sono, ma spesso vengono sviluppate in modo prevedibile, senza quella brillantezza tagliente che caratterizzava il primo capitolo. Ne risulta una commedia solida, coerente e piacevole, ma raramente sorprendente. Al botteghino farà sicuramente scintille, però, paragonarlo al primo capitolo sarebbe stupido e inutile.

Il cast è sempre la vera punta di diamante

Naturalmente, la presenza di Meryl Streep è, senza dubbio, il fulcro emotivo e narrativo del film. La sua interpretazione di Miranda Priestly si evolve in modo significativo: il personaggio conserva il suo carisma glaciale, ma lascia emergere crepe che lo rendono molto più umano e, in alcuni momenti, persino vulnerabile.

Questa trasformazione è gestita con grande finezza. Non si tratta di un ribaltamento del personaggio, ma di un suo approfondimento. Miranda non perde la sua autorità, ma deve confrontarsi con limiti che prima non esistevano. È proprio in questa tensione tra controllo e perdita di potere che Streep costruisce una performance ricca di sfumature, capace di elevare anche le scene più convenzionali. 

Anne Hathaway interpreta una Andy più matura, consapevole e meno ingenua, ma anche meno iconica. Il suo arco narrativo è più realistico e meno definito rispetto al primo film, e questo rappresenta allo stesso tempo un punto di forza e una debolezza. Da un lato, il personaggio appare più credibile, perché riflette le complessità della vita adulta e le difficoltà nel mantenere coerenza tra valori e ambizioni. Dall’altro, questa maggiore sfumatura rende Andy meno memorabile, meno centrale dal punto di vista emotivo. Il rapporto con Miranda diventa più equilibrato, ma perde quella tensione quasi elettrica che aveva reso il primo film così coinvolgente.

Emily Blunt è il vero personaggio ICONIC. La sua recitazione è sempre nervosa, dannatamente ironica, una garanzia per tutti gli appassionati del primo film, che la ritroveranno inguainata in outfit da applauso di DIOR e con chiome che detteranno, sicuramente, l’ennesima moda. Emily è sempre divertentissima, falsamente antipatica, ambiziosa ma non fino in fondo e anche nella parte finale dimostra di essere il jolly dell’intera operazione.

Il Nigel di Stanley Tucci è, praticamente, quasi un copia e incolla del primo film. Troppo statico, troppe poche battute, troppo banale, anche se noi amiamo tantissimo lui, ma stavolta poteva essere davvero “sfruttato” di più.

 

Il tema più forte: la fine di un’epoca

Il film trova la sua dimensione più interessante quando si concentra sul contesto, più che sui singoli personaggi. La crisi dell’editoria, l’ascesa dei social media e la trasformazione del concetto di autorità rappresentano il vero cuore della narrazione.

In questo senso, la pellicola funziona come una riflessione sul cambiamento strutturale di intere industrie, non solo quella della moda. Miranda diventa simbolo di un sistema che ha dominato per decenni e che ora deve reinventarsi per sopravvivere. Questo sottotesto aggiunge profondità al film, rendendolo più maturo e meno superficiale rispetto al primo capitolo, anche se a tratti sacrifica ritmo e leggerezza.

Ovviamente, Il film mantiene gli elementi estetici che hanno reso celebre il franchise: abiti spettacolari, ambientazioni lussuose e un’attenzione quasi ossessiva per i dettagli visivi. Tuttavia, questi elementi non hanno più lo stesso impatto rivoluzionario di un tempo, perché il pubblico è ormai abituato a questo tipo di rappresentazione.

Anche i dialoghi, pur restando eleganti e ben scritti, raramente raggiungono il livello di iconicità del primo film. La nostalgia è presente, ma viene gestita in modo contenuto, senza diventare invasiva. Questo approccio evita l’effetto “operazione nostalgia”, ma allo stesso tempo limita il potenziale emotivo del film.

IN CONCLUSIONE

Il Diavolo veste Prada 2 è un sequel che riesce a essere dignitoso, coerente e in parte necessario, ma che non raggiunge mai l’impatto culturale ed emotivo del suo predecessore. La sua forza sta nella volontà di raccontare il cambiamento e nel modo in cui aggiorna i suoi personaggi, mentre il suo limite principale risiede nella mancanza di coraggio creativo.
È un film che si apprezza più con la testa che con il cuore, più per ciò che rappresenta che per ciò che fa provare. Per chi ha amato il primo capitolo, sarà comunque un ritorno interessante, capace di offrire uno sguardo malinconico su un mondo che non esiste più — e su personaggi che, proprio come quel mondo, devono imparare a trasformarsi per sopravvivere. E allora, lasciatevi andare, mollate le aspettative e fatevi trascinare dalle musiche ti Theodire Shapiro (e di Lady Gaga) e dalla bellezza dei costumi di Molly Rogers, magari mangiando qualche carboidrato che, come dice Emily, se condiviso non ha calorie!

Il voto di Cinefily

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