Portare sul grande schermo Lo Straniero, di Albert Camus, è sempre stata un’impresa considerata quasi proibitiva. Il romanzo del 1942, fondamento dell’esistenzialismo novecentesco, si regge su una voce interiore, su un protagonista – Meursault – definito più dalla sua assenza di emozioni che da azioni concrete, e su una riflessione filosofica sull’assurdo difficilmente traducibile in immagini. Non è un caso che anche il precedente adattamento di Luchino Visconti, del 1967, sia rimasto un esperimento controverso (e i protagonisti sono Marcello Mastroianni e Anna Karina).
Nel 2025, François Ozon decide di affrontare questa sfida con un film che è insieme fedele e interpretativo, classico e contemporaneo. Presentato in concorso alla Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia 2025, Lo straniero (L’Étranger) si inserisce nella fase più matura del cinema di Ozon, autore che negli ultimi anni ha mostrato una crescente attenzione per la memoria storica e per le tensioni morali della società. Girato in un elegante bianco e nero e ambientato nell’Algeri coloniale degli anni ‘30 (ricostruita in Marocco), il film non si limita a illustrare il testo di Camus, ma tenta di rileggerlo alla luce della coscienza contemporanea, introducendo una dimensione politica più esplicita legata al colonialismo francese. Noi l’abbiamo visto per voi e vi diciamo cosa ne pensiamo.

LA TRAMA

L'assurdo di una vita ordinaria

La storia è ambientata ad Algeri nel 1938. Meursault (Benjamin Voisin) è un impiegato solitario che conduce una vita monotona e priva di slanci. L’evento iniziale è la morte della madre, ricoverata in un ospizio: Meursault partecipa al funerale senza mostrare alcuna emozione, comportamento che già lo pone in una posizione di estraneità rispetto alla società. Nei giorni successivi, riprende la sua routine con inquietante normalità: inizia una relazione con Marie (Rebecca Marder), frequenta il vicino Raymond (Pierre Lottin), figura ambigua e violenta, e si lascia trascinare in situazioni che non sembra mai davvero scegliere. Durante una giornata torrida sulla spiaggia, in seguito a una tensione con alcuni arabi legata agli affari di Raymond, Meursault si ritrova solo sotto il sole accecante, con una pistola in mano. In un momento ambiguo, quasi privo di motivazione cosciente, spara cinque colpi contro un uomo, uccidendolo. Il processo che segue non si concentra tanto sul delitto quanto sulla personalità dell’imputato: la sua incapacità di provare dolore per la madre, la sua indifferenza, la sua estraneità alle convenzioni sociali diventano la vera accusa.

INFO & CAST
Anno 2025
Durata 120 min
Regia: Francois Ozon

Cast:
Benjamin Voisin: Meursault
Rebecca Marder: Marie Cardona
Pierre Lottin: Raymond Sintès
Denis Lavant: Salamano
Swann Arlaud: il prete
Christophe Malavoy: il giudice
Nicolas Vaude: il procuratore
Jean-Charles Clichet: l’avvocato
Mireille Perrier: madre di Meursault
Hajar Bouzaouit: Djamila
Abderrahmane Dehkani: l’arabo

LA RECENSIONE

Tra fedeltà e distanza

Fin da subito, Ozon (autore anche della sceneggiatura) sceglie una linea registica sorprendentemente disciplinata. Il film segue con grande precisione la struttura del romanzo, mantenendone i passaggi chiave e persino il ritmo rarefatto. Questa fedeltà è stata spesso sottolineata dalla critica: il regista dimostra un rispetto quasi reverenziale per il testo originale. Eppure, proprio questa scelta rappresenta anche il limite principale dell’opera. Il risultato è un film che funziona come illustrazione colta del romanzo, ma che raramente trova una propria necessità espressiva.

Dove il regista interviene con maggiore decisione è sul piano storico-politico. L’inserimento di materiali d’archivio e l’attenzione alla segregazione coloniale trasformano la vicenda individuale in una riflessione più ampia sul rapporto tra Francia e Algeria. Questo livello aggiuntivo arricchisce il film e resta, in parte, esterno alla traiettoria esistenziale di Meursault, rendendo l’opera in questo sesno, davvero interessante e registicamente impeccabile.

Il bianco e nero per accentuare la dimensione metafisica della storia

Uno degli elementi più riusciti è senza dubbio la scelta del bianco e nero. In un contesto – quello algerino – che avrebbe suggerito colori intensi e luminosi, Ozon opta per una sottrazione cromatica che accentua la dimensione astratta e metafisica della storia. La fotografia di Manuel Dacosse lavora su contrasti netti e su una luce spesso accecante, soprattutto nelle scene sulla spiaggia, dove il sole diventa quasi un personaggio, una forza opprimente che contribuisce al gesto omicida. Questo approccio visivo restituisce con efficacia la sensazione di alienazione e di straniamento che attraversa il romanzo e che sul grande schermo è talmente magnetica che ci ha lasciato senza fiato.

Il cuore del film resta la riflessione sull’assurdo, concetto centrale nell’opera di Camus. Meursault è un uomo che rifiuta – o semplicemente non possiede – le categorie attraverso cui la società attribuisce senso alla vita: amore, dolore, fede, rimorso. Ozon riesce a restituire questa dimensione, grazie anche all’eccezionale lavoro fatto sul montaggio da Clément Selitzki, ma la arricchisce con una lettura politica: il contesto coloniale suggerisce che l’“estraneità” di Meursault non sia solo esistenziale, ma anche storica. La vittima del suo gesto resta senza nome, e questo dettaglio diventa una critica implicita alla disumanizzazione tipica del sistema coloniale.

Un Meursault convincente ma enigmatico

La performance di Benjamin Voisin è semplicemente magnifica. L’attore costruisce un Meursault credibile proprio nella sua opacità: il suo volto è spesso inespressivo, ma attraversato da micro-variazioni che suggeriscono una complessità sotterranea. Il rischio di un personaggio così è quello della monotonia, ma Voisin riesce a mantenere una tensione costante, rendendo percepibile il conflitto tra l’assenza di emozioni e il giudizio del mondo esterno. Anche Rebecca Marder, nel ruolo di Marie, offre una presenza luminosa che contrasta con la chiusura del protagonista.
Particolarmente efficace è la sequenza del processo, dove il film raggiunge uno dei suoi momenti più intensi: qui emerge chiaramente come la società giudichi Meursault non tanto per il crimine, quanto per la sua incapacità di conformarsi alle aspettative morali. Non possiamo non citare le musiche di Fatma al-Qadiri che accompagnano magistralmente le scene chiave dall’inizio alla fine, senza mai essere disturbanti o inserite senza senso, e anche gli stupendi costumi di Pascaline Chavanne.
In definitiva, Lo Straniero di Ozon è un adattamento solido e raffinato, che conferma il talento del regista ma lascia aperta la domanda: è davvero possibile tradurre l’assurdo di Camus in cinema senza tradirlo – o senza esserne, inevitabilmente, limitati? Noi pensiamo di si e gli diamo 5 stelle.

Il voto di Cinefily

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