Hamnet – Nel nome del figlio rappresenta per Chloé Zhao un ritorno a un cinema profondamente umano, radicato nella fragilità dei sentimenti e nella complessità dei legami familiari. Dopo aver attraversato l’America dei margini con il bellissimo e pluripremiato Nomadland e aver sperimentato l’epica sovrannaturale con Eternals, la regista sceglie di confrontarsi con un materiale narrativo che richiede una sensibilità quasi poetica. Il romanzo di Maggie O’Farrell, da cui il film è tratto, è un’opera che vive di silenzi, di intuizioni, di emozioni trattenute e nel film tutto questo è presente.
Candidato a otto premi Oscar, Hamnet si impone come una delle opere più raffinate dell’anno, capace di unire rigore formale e profondità emotiva. Noi l’abbiamo vista per voi e vi diciamo subito cosa ne pensiamo.

LA TRAMA

Un dolore che diventa simbolo immortale

La storia si apre nella Stratford-upon-Avon del tardo ‘500, un mondo rurale scandito dai ritmi delle stagioni, dal lavoro nei campi e dalle dinamiche familiari. Agnes Hathaway (Jessie Buckley) vive immersa nella natura, con una sensibilità quasi mistica che la porta a percepire ciò che sfugge agli altri: i cambiamenti dell’aria, i segnali del corpo, le vibrazioni sottili che attraversano la vita quotidiana. Mentre William Shakespeare (Paul Mescal) trascorre lunghi periodi a Londra, inseguendo il sogno del teatro e cercando di affermarsi come drammaturgo, Agnes cresce i loro tre figli, Susanna e i gemelli Judith e Hamnet, affrontando da sola le difficoltà e le responsabilità della vita domestica.

La distanza tra i due coniugi non è solo fisica, ma anche emotiva. William è attratto dal fermento creativo della città, dal mondo degli attori, dalle possibilità che il teatro gli offre. Agnes, invece, è radicata nella terra, nei gesti quotidiani, nella cura dei figli. Quando una malattia improvvisa colpisce i gemelli, la donna fa tutto ciò che è in suo potere per salvarli, ma nonostante i suoi sforzi Hamnet muore. La tragedia sconvolge l’intera famiglia, aprendo una ferita che nessuno riesce a rimarginare. William, devastato ma incapace di affrontare il dolore, si rifugia nel lavoro, lasciando Agnes sola con il peso della perdita. Anni dopo, quando Shakespeare mette in scena Amleto, Agnes comprende che quell’opera non è solo un capolavoro teatrale, ma un tentativo disperato di dare forma al lutto, di trasformare il figlio perduto in un simbolo immortale.

 

INFO & CAST
Anno 2025
Durata 125 min
Regia: Chloé Zhao

Cast
Jessie Buckley: Agnes Shakespeare
Paul Mescal: William Shakespeare
Jacobi Jupe: Hamnet Shakespeare
David Wilmot: John Shakespeare
Emily Watson: Mary Shakespeare

LA RECENSIONE

Il dolore, l’amore e la perdita come esperienze universali

La Zhao ci ha semplicemente travolti e lasciati a terra con questa pellicola che è una delle più belle mai girate su Shakespeare. La regista riesce a trasporre il romanzo da cui è tratto al cinema con una grazia e una potenza che raramente si vedono nel cinema contemporaneo. La sua regia non si limita a raccontare una storia ambientata nel passato, ma costruisce un ponte emotivo tra epoche diverse, mostrando come il dolore, l’amore e la perdita siano esperienze universali, capaci di attraversare i secoli senza perdere intensità.

Il film si concentra sulla figura di Agnes Hathaway, moglie di William Shakespeare. Zhao sceglie di spostare il baricentro narrativo dal celebre drammaturgo alla donna che ha condiviso con lui la vita, le difficoltà, la distanza e soprattutto il lutto più devastante. Questa scelta permette al film di esplorare un territorio emotivo spesso trascurato dalla storia ufficiale, restituendo voce e dignità a una figura femminile che la tradizione ha relegato ai margini. Jessie Buckley offre una delle interpretazioni più intense della sua carriera. La sua Agnes è una donna complessa, forte e vulnerabile allo stesso tempo, capace di un amore profondo e di una sofferenza che sembra consumarla dall’interno. L’attrice riesce a rendere credibile la dimensione quasi magica del personaggio senza mai scivolare nell’eccesso, mantenendo sempre un equilibrio perfetto tra realismo e suggestione. Ogni suo gesto, ogni sguardo, ogni esitazione racconta un mondo interiore ricco e tormentato.

Paul Mescal, nel ruolo di Shakespeare, costruisce un personaggio trattenuto, tormentato, diviso tra ambizione e senso di colpa. La sua interpretazione è fatta di silenzi, di sguardi sfuggenti, di parole non dette. Mescal riesce a rendere palpabile la tensione tra il desiderio di affermarsi come artista e l’incapacità di essere presente per la sua famiglia. La chimica tra lui e Buckley è straordinaria: i loro momenti insieme sono carichi di una tensione emotiva che non esplode mai del tutto, ma rimane sospesa, vibrante, dolorosa.

La sceneggiatura in perfetto equilibrio tra realismo e lirismo

La sceneggiatura – scritta alla regista proprio con la O’Farrell – crea un equilibrio perfetto tra realismo e lirismo. Ogni inquadratura sembra costruita per catturare non solo ciò che accade, ma ciò che i personaggi provano, ciò che non riescono a dire, ciò che rimane sospeso nell’aria. Il film suggerisce che Amleto non sia solo un’opera teatrale, ma un monumento privato, un modo per Shakespeare di dare voce a un’assenza che lo perseguita. Questa intuizione, pur non storicamente verificabile, diventa il cuore emotivo del film, offrendo una riflessione potente sul rapporto tra vita e creazione artistica. Lo script dà spazio ai personaggi, permettendo loro di respirare, di esistere, di mostrare le proprie fragilità senza giudizio. Il risultato è un racconto che parla di lutto, ma anche di amore, di resilienza, di ciò che rimane quando tutto sembra perduto.

8 nomination agli Oscar per una pellicola di una profondità rarissima

La fotografia di Lukasz Zal è uno degli elementi memorabili del film. Sfrutta la luce naturale, usata con maestria tale da diventare un elemento narrativo: illumina i volti nei momenti di intimità, avvolge i paesaggi in un’aura malinconica, sottolinea la fragilità dei legami umani. I campi lunghi, le riprese nella foresta, i dettagli delle mani che lavorano la terra o accarezzano un volto creano un linguaggio visivo che parla direttamente allo spettatore, senza bisogno di spiegazioni. I toni morbidi, le luci crepuscolari, i paesaggi immersi nella nebbia creano un mondo visivo che riflette lo stato d’animo dei personaggi. La scenografia di Fiona Crombie e Alice Felton è curata nei minimi dettagli e ricostruisce la vita rurale del ‘500 con un realismo che non è mai sterile, ma sempre carico di significato. Le case, gli oggetti, gli abiti raccontano un mondo in cui la vita quotidiana è fatta di fatica, di rituali, di piccoli gesti che diventano fondamentali per comprendere i personaggi. La colonna sonora di Max Richter accompagna il film con discrezione, senza mai sovrastare le immagini. Gli strumenti acustici, i motivi ripetitivi, le melodie sospese creano un’atmosfera che riflette il ciclo della vita e della perdita. La musica diventa un filo invisibile che unisce le scene, amplificando le emozioni senza manipolarle. Il momento in cui Agnes assiste alla rappresentazione di Amleto è uno dei più intensi del film, e la musica contribuisce a renderlo indimenticabile.

Hamnet – Nel nome del figlio è un’opera che richiede attenzione, pazienza e disponibilità emotiva, ma ripaga con una profondità rara. Le sue otto candidature agli Oscar non sono solo un riconoscimento tecnico, ma la conferma che il cinema può ancora raccontare storie intime con una potenza universale e noi non possiamo non premiarlo con 5 stelle.

Il voto di Cinefily

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