Il documentario di Brett Ratner, costato tantissimo, in Italia ha incassato solo 772 euro e nel resto del mondo non è che se la passi meglio. Ma quali sono i motivi di un simile disastro?
L’uscita del documentario Melania, diretto da Brett Ratner e dedicato alla figura della First Lady Melania Trump, si sta rivelando un caso emblematico di come un progetto costosissimo possa trasformarsi in un clamoroso insuccesso commerciale. Nonostante un investimento mastodontico da parte di Amazon MGM Studios, che ha acquistato i diritti per circa 40 milioni di dollari e ne ha spesi altri 35 per una campagna promozionale aggressiva, il film non è riuscito a conquistare né il pubblico né la critica. Le aspettative erano altissime: un budget complessivo da 75 milioni di dollari, una distribuzione capillare e un’attenzione mediatica costante, alimentata anche dalle polemiche legate al regista e alle tensioni interne alla produzione. Eppure, gli incassi raccontano una storia completamente diversa, fatta di sale vuote, numeri imbarazzanti e un interesse quasi nullo sia in Italia sia nel resto del mondo.
Un disastro al botteghino italiano
In Italia, Melania ha registrato un risultato che ha dell’incredibile: appena 772 euro di incasso complessivo. Un dato che, da solo, basterebbe a definire il film un flop senza precedenti. Le sale che lo hanno programmato hanno riportato presenze minime, spesso inferiori alla decina di spettatori per proiezione. La curiosità iniziale, alimentata dalle polemiche internazionali e dalla figura controversa della protagonista, non si è tradotta in biglietti venduti. Il pubblico italiano ha mostrato scarso interesse per un prodotto percepito come distante, poco rilevante e fortemente politicizzato. Anche la critica nazionale ha sottolineato come il documentario non offra alcun reale valore aggiunto, limitandosi a un racconto patinato e autoreferenziale.
Un flop globale nonostante l’investimento record
Se l’Italia rappresenta il punto più basso, il quadro internazionale non è molto più incoraggiante. Negli Stati Uniti, dove ci si aspettava un’accoglienza ben più calorosa, il film ha esordito con una proiezione di appena 1 milione di dollari nella prima settimana, un risultato disastroso se confrontato con l’enorme investimento economico. Anche le stime più ottimistiche degli analisti parlavano di un’apertura debole, ma nessuno immaginava un divario così ampio tra costi e ricavi. Il film ha debuttato in terza posizione, superato da produzioni molto meno costose e con campagne promozionali infinitamente più modeste.
Le ragioni di un fallimento annunciato
Le cause del flop sono molteplici e intrecciate. In primo luogo, la figura di Brett Ratner ha pesato enormemente sull’immagine del progetto: il regista, già al centro di gravi accuse di molestie, ha generato malcontento persino all’interno della troupe, con due terzi dei membri che hanno chiesto di non essere accreditati. Un clima di tensione e caos produttivo, documentato da numerose testimonianze, ha contribuito a creare un’aura negativa attorno al film ancor prima della sua uscita.
In secondo luogo, il documentario è stato percepito come un’operazione di propaganda più che come un’opera cinematografica. Molti critici hanno evidenziato la mancanza di profondità, la narrazione eccessivamente controllata e l’assenza di un vero punto di vista autoriale. Il pubblico, già diffidente verso i prodotti legati alla famiglia Trump, non ha trovato motivi sufficienti per recarsi in sala.
Infine, la strategia distributiva si è rivelata controproducente: un lancio imponente, tipico dei blockbuster, applicato a un documentario fortemente divisivo ha generato aspettative impossibili da soddisfare. Le sale, soprattutto in Europa, hanno registrato vendite “soft”, confermando un disinteresse diffuso.
Un caso di studio per l’industria cinematografica
Il fallimento di Melania rappresenta un monito per le grandi piattaforme e per l’industria cinematografica in generale. Investire cifre astronomiche non garantisce il successo, soprattutto quando il contenuto è percepito come poco autentico o eccessivamente politicizzato. Il pubblico contemporaneo, sempre più selettivo, premia storie genuine, ben costruite e capaci di offrire un punto di vista originale. In questo caso, nessuno di questi elementi è stato presente.
Il documentario di Brett Ratner rimarrà probabilmente nella storia come uno dei più costosi e meno redditizi mai realizzati, un esempio lampante di come anche un progetto sostenuto da una macchina promozionale gigantesca possa crollare sotto il peso delle proprie contraddizioni.



