Sentimental Value (Affeksjonsverdi) è diretto da Joachim Trier, uno dei più raffinati esploratori dell’interiorità umana del cinema contemporaneo. Presentato al Festival di Cannes 2025, dove ha conquistato il Grand Prix Speciale della Giuria, il film ha immediatamente attirato l’attenzione della critica internazionale per la sua capacità di fondere dramma familiare, riflessione artistica e un linguaggio visivo di grande eleganza. La presenza di un cast internazionale composto da Renate Reinsve, Stellan Skarsgård ed Elle Fanning contribuisce a dare al progetto un respiro più ampio, pur mantenendo l’intimità tipica del cinema di Trier. La pellicola è stata candidata a ben 9 Oscar 2026 e noi l’abbiamo già vista per voi e vi diciamo, come sempre, cosa ne pensiamo senza spoiler.
LA TRAMA
Un affare di famiglia
Nora è un’attrice di teatro che soffre di attacchi di panico ogni volta che deve entrare in scena. Ha una relazione con un collega sposato, non ha figli ed è legata solo a sua sorella Agnes e alla di lei famiglia. Gustav, il padre di Nora e Agnes, è un famoso regista che dopo il divorzio ha lasciato la Norvegia (e la famiglia) per rientrare nella nativa Svezia. Ora però è tornato per il funerale della ex moglie, e per chiedere a Nora di interpretare la protagonista della sua ultima sceneggiatura, a suo dire la più riuscita e personale, che dovrebbe essere ambientata proprio nella casa dove Nora e Agnes sono cresciute.
INFO & CAST
Durata 133 min
Regia Joachim Trier
Cast
Renate Reinsve: Nora Borg
Stellan Skarsgard: Gustav Borg
Inga Ibsdotter Lilleaas: Agnes Borg Pettersen
Elle Fanning: Rachel Kemp
Lena Endre: Ingrid Berger
LA RECENSIONE
Un dramma di memorie e riconciliazione
Trier ha scritto la sceneggiatura a quattro mani con Eskil Vogt e il risultato è fenomenale. La trama si sviluppa attraverso continui rimandi al passato: vecchie registrazioni teatrali, fotografie, oggetti dimenticati nei cassetti e ricordi che riaffiorano in modo frammentato. Il regista utilizza questi elementi per costruire un mosaico emotivo in cui il confine tra ciò che è stato e ciò che potrebbe ancora essere si fa sempre più sottile. Nei 133 minuti di durata, la pellicola non cerca una risoluzione semplice, anzi, la riconciliazione, se arriva, è parziale, fragile, e proprio per questo profondamente autentica.
Trier dimostra ancora una volta la sua abilità nel raccontare i rapporti familiari senza ricorrere a facili stereotipi. La casa diventa un personaggio a sé, un archivio vivente di emozioni sospese. Ogni stanza sembra custodire un segreto, ogni oggetto rimanda a un gesto mancato o a un affetto non espresso. Il ritmo è lento, meditativo e permette allo spettatore di entrare nella psicologia dei personaggi e di percepire la tensione sotterranea che li lega. Le scene più potenti sono spesso quelle in cui non accade nulla di eclatante: un silenzio prolungato, uno sguardo sfuggente, un gesto trattenuto. Il tema della memoria è centrale: non solo come ricordo, ma come forza che modella il presente. Le sorelle devono confrontarsi con ciò che hanno ereditato emotivamente, con le aspettative della madre, con l’assenza del padre e con il modo in cui questi elementi hanno plasmato le loro identità. Trier suggerisce che la riconciliazione non è un atto unico, ma un processo continuo, fatto di piccoli passi, esitazioni e improvvisi momenti di verità. Magistrale.
Un cast stellare
La bravura e il magnetismo degli attori principali è sbalorditiva. Renate Reinsve offre una performance di straordinaria profondità, incarnando una Nora che oscilla tra vulnerabilità e determinazione. Il suo volto, spesso ripreso in primi piani intensi, diventa il luogo in cui si riflettono le contraddizioni del personaggio: il desiderio di lasciarsi il passato alle spalle e la difficoltà di farlo davvero. Inga Ibsdotter Lilleaas, nel ruolo di Agnes, porta una sensibilità diversa, più impulsiva e istintiva. La sua interpretazione aggiunge una dimensione di freschezza e imprevedibilità, rendendo il rapporto tra le due sorelle dinamico e credibile. Il grandissimo Stellan Skarsgård, con la sua presenza imponente ma fragile, costruisce un Gustav complesso: un uomo che ha sacrificato la famiglia per l’arte e che ora, di fronte alla vecchiaia, cerca di recuperare ciò che ha perduto. La sua interpretazione evita ogni facile redenzione, mantenendo sempre una tensione tra colpa e bisogno di affetto. La chimica tra i tre attori è uno dei punti di forza del film: ogni interazione è carica di sottotesti, di emozioni trattenute, di ferite che riaffiorano. Bravissima anche Elle Fanning nei panni della starlette Rachel Kemp, rimpiazzo di Nora, per provare le scene del film. Tutti sono in scena, nessuno è lasciando in secondo piano e questo è straordinariamente guidato da un Trier in enorme forma.
Arte, vita e rappresentazione
Uno degli aspetti più affascinanti del film è la riflessione sul rapporto tra arte e vita. Gustav ha spesso utilizzato la propria famiglia come materiale creativo, trasformando esperienze intime in opere teatrali e cinematografiche. Questo crea un conflitto profondo: fino a che punto l’arte può attingere alla vita reale senza tradirla? Trier affronta questo tema con grande finezza, mostrando come la creazione artistica possa essere al tempo stesso un modo per elaborare il dolore e una forma di appropriazione che lascia cicatrici. Il film diventa così una meditazione sul ruolo dell’artista, sulla responsabilità che comporta raccontare la realtà e sulle conseguenze emotive che questo può avere su chi ne fa parte. La linea tra rappresentazione e manipolazione si fa sottile, e il film invita lo spettatore a interrogarsi su cosa significhi davvero “valore affettivo”.
La fotografia di Kasper Tuxen è uno degli elementi più memorabili del film. Le luci naturali, i colori tenui, le inquadrature che sfruttano gli spazi vuoti creano un’atmosfera sospesa, quasi ipnotica. La casa è filmata come un luogo vivo, che respira insieme ai personaggi. La colonna sonora di Hania Rani, fatta di pianoforti e suoni delicati, accompagna il film con discrezione, amplificando le emozioni senza mai sovrastarle. Che dire del montaggio di Olivier Bugge Coutté? Portategli subito un Oscar a casa, per favore. Tutto contribuisce a regalare allo spettatore una poesia visiva che resterà a lungo nella testa e, speriamo, che l’Academy sappia premiare questo gioiellino nel modo giusto. Nel frattempo, lo facciamo noi con 5 stelle.
Il voto di Cinefily



