Finalmente è arrivato nelle nostre sale Marty Supreme, di Josh Safdie. Distribuito da A24 e presentato in anteprima al New York Film Festival 2025, il film ha ottenuto 9 candidature agli Oscar 2026, tra cui Miglior Film e Miglior Attore Protagonista per Timothée Chalamet, già vincitore ai Golden Globe e ai Critics’ Choice Awards per questa interpretazione. La pellicola è stata inoltre accolta come uno dei titoli più discussi della stagione, generando entusiasmo, dibattito critico e una vivace risposta del pubblico, diventando un punto di riferimento per le conversazioni cinematografiche di inizio 2026. Noi l’abbiamo appena visto per voi e vi diciamo cosa ne pensiamo come sempre, senza spoiler.

LA TRAMA

Scommesse, passioni e sogni di gloria

Marty Mauser (Timothée Chalamet) è un venditore di scarpe con un’irrefrenabile ossessione per il ping pong che si muove nella New York degli anni ’50 fra truffe, scommesse, passioni proibite e sogni di gloria. Un’esistenza rocambolesca per un personaggio larger than life, eccentrico e ambiziosissimo, smodato e leggendario. Frenetico e travolgente, Marty Supreme è un’esplosione visiva e narrativa che oscilla fra adrenalina, ironia e tensione emotiva.

INFO & CAST
Anno 2025
Durata 150 min
Regia Josh Safdie

Cast
Timothée Chalamet: Marty Mauser
Gwyneth Paltrow: Kay Stone
Odessa A’zion: Rachel Mizler
Kevin O’Leary: Milton Rockwell
Fran Drescher: Rebecca Mauser

LA RECENSIONE

Un caleidoscopio narrativo ed estetico

Marty Supreme è un biopic totalmente anticonvenzionale. È un caleidoscopio narrativo ed estetico che fonde period drama, commedia e studio psicologico, riflettendo l’ossessione per il successo di un’America postbellica negli anni ’50 attraverso il linguaggio di un cinema contemporaneo ad alta tensione emotiva. La pellicola, diretta da Josh Safdie — famoso per la sua estetica nervosa e immersiva in Diamanti grezzi (2019) e Good Time (2017) — è un’opera che mescola passato e presente, utilizzando tecniche visive e sonore che trascendono la semplice ambientazione d’epoca e trasformano la visione in un’esperienza palpabile e a tratti quasi sensoriale.

La sceneggiatura, co-scritta sempre da Josh Safdie con Ronald Bronstein, dipinge Marty come un personaggio eccentrico, ambizioso e autodistruttivo, la cui ricerca di gloria si intreccia con relazioni complesse e decisioni moralmente ambigue. Nel corso della narrazione, Marty si confronta con figure potenti — tra cui il magnate Milton Rockwell (Kevin O’Leary) e la sofisticata Kay Stone (Gwyneth Paltrow) — e attraversa situazioni rocambolesche che spaziano da truffe elaborate a umiliazioni pubbliche, fino a un viaggio in Giappone per competere a livello internazionale. Non manca un sottotesto di introspezione esistenziale: la storia non segue la classica struttura del “sogno americano” trionfante, ma esplora piuttosto il prezzo psicologico della fama e dell’ossessione personale, lasciando lo spettatore a riflettere sulla tensione tra desiderio e vuoto interiore.

Uno sguardo audace sull’ambizione

La regia Safdie è un vero e proprio atto di audacia. Lontano dalle convenzioni del cinema sportivo, il regista utilizza una messa in scena frenetica e nervosa che riflette lo stato mentale tumultuoso del protagonista. La sceneggiatura propulsiva, sostenuta da un montaggio (di Ronald Bronstein) rapido e ritmico, evolve come se fosse esso stesso una partita di ping pong: colpi improvvisi, ritorni inattesi e oscillazioni emotive costanti. Questa struttura narrativa densa è impreziosita da dettagli tecnici significativi: la fotografia di Darius Khondji — montata con l’uso prevalente di pellicola 35 mm e obiettivi anamorfici vintage — conferisce alla pellicola un look autentico e palpabile, con colori terrosi che evocano gli spazi urbani degli anni ’50 senza mai apparire artificiosi. Per ottenere questo effetto, Khondji ha scelto lenti che quasi fungono da lente d’ingrandimento sui volti dei personaggi, accentuando la presenza fisica degli attori e la profondità emotiva delle scene. Il montaggio sostiene questa visione con un ritmo che scavalca i momenti di quiete per immergere lo spettatore in un flusso costante di energia narrativa, facendo sentire ogni cambiamento come una nuova battuta di gioco.

Una delle scelte più audaci di Marty Supreme riguarda la colonna sonora. Il compositore Daniel Lopatin (noto come Oneohtrix Point Never) ha realizzato una partitura che mescola elementi elettronici moderni con riferimenti stilistici retrò, creando un sound che si distacca dallo spazio-tempo degli anni ’50 pur amplificando la carica emotiva del film. Il risultato è un mix di pulsazioni sintetiche e campionamenti che danno alla pellicola una energia sfrenata e quasi anacronistica, sottolineando la tensione interna di Marty e la sua corsa verso l’obiettivo. Accanto alla colonna sonora originale, ci sono anche pillole di brani iconici anni ’80 — come Everybody Wants to Rule the World dei Tears for Fears — che, seppur temporalmente fuori contesto, diventano strumenti narrativi per restituire l’intensità emotiva e psicologica della storia.

Timothée Chalamet, magnetismo e vulnerabilità da Oscar

Al centro dell’esperienza filmica c’è Timothée Chalamet, la cui interpretazione di Marty Mauser è stata definita da numerosi critici come la sua prova attoriale più straordinaria. In effetti, la giovane star infonde al personaggio una contraddittoria miscela di arroganza, vulnerabilità e umanità frammentata, rendendo Marty al tempo stesso magnetico e respingente. La sua presenza scenica attraversa ogni inquadratura come un’onda di energia, trasformando gesti minimi in segnali emotivi potentissimi.
Per entrare nel personaggio, Chalamet ha spinto oltre i limiti della preparazione fisica e psicologica: l’attore ha indossato lenti a contatto che gli offuscavano la vista, richiedendo poi l’uso di occhiali correttivi, e ha insistito per eseguire molte delle scene “fisiche” e persino dolorose senza controfigure. Questi dettagli non solo arricchiscono la performance di realismo, ma testimoniano l’impegno totale di Chalamet nel portare sullo schermo un personaggio tanto psicologicamente complesso quanto fisicamente coinvolgente. Questa performance gli è valsa già un Golden Globe e un Critics Choice Awards, e ora lo pone come uno dei favoriti per il primo Oscar della sua carriera. L’interpretazione è più che convincente, è anzi una prova di presenza scenica totalizzante, che trascende l’azione esteriore e mette a nudo le tensioni interiori di un uomo in corsa verso l’eccellenza ma sempre sull’orlo del baratro emotivo.

Il voto di Cinefily

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