La Voce di Hind Rajab, diretto dalla regista tunisina Kaouther Ben Hania, ha ricevuto un'accoglienza straordinaria al Festival di Venezia 2025, dove ha ottenuto 24 minuti di applausi ininterrotti e una standing ovation storica. Quella della bravissima regista tunisina non è solo un film, ma una testimonianza, un grido politico e umano spiazzante che attraversa lo schermo per colpire lo spettatore nel profondo. Si tratta di un’opera che sfida le convenzioni visive e narrative, scegliendo di raccontare una tragedia reale attraverso un dispositivo sonoro. Infatti, il film si basa sulle registrazioni autentiche delle chiamate tra la piccola Hind Rajab e i volontari della Mezzaluna Rossa, durante l’attacco israeliano a Gaza del 29 gennaio 2024. Il risultato è un’esperienza cinematografica che trasforma l’ascolto in visione, l’empatia in azione e il dolore in memoria.

LA TRAMA

Una voce nel terrificante nulla

La straziante storia si apre con una chiamata d’emergenza al centralino della Mezzaluna Rossa. A parlare è Liyan Hamada, 15 anni, intrappolata in un’auto colpita da un carro armato israeliano. Con lei ci sono i suoi genitori, tre fratelli e la cugina Hind Rajab, di appena sei anni. Dopo pochi minuti, Liyan viene uccisa. Rimane solo Hind, nascosta tra i corpi dei suoi familiari, che continua a parlare con gli operatori per oltre tre ore. La bambina implora aiuto, descrive ciò che vede, ciò che sente, e ciò che teme. L’ambulanza inviata per salvarla viene anch’essa colpita: i due medici a bordo e Hind perdono la vita. Il film non mostra mai direttamente la violenza: la lascia fuori campo, affidandosi alla voce di Hind per evocare l’orrore.

INFO & CAST
Anno 2025
Durata 89 min
Regia Kawtar ibn Haniyya

Cast
Saja al-Kilani: Rana Hasan Faqhi Saul Tenser
Clara Khuri: Nisrin
Mu’tazz Milhis: Umar
‘Amir Hulayhil: Mahdi

LA RECENSIONE

Il dispositivo sonoro e l’invisibile Gaza sotto assedio

La regista e sceneggiatrice compie una scelta radicale: rinuncia alla rappresentazione visiva della tragedia e costruisce il film attorno alla traccia audio originale. Lo spettatore vede solo una curva sonora che si muove su uno sfondo nero, come in un’app di riproduzione vocale. Questo minimalismo visivo amplifica la potenza emotiva del racconto. L’assenza di immagini, tranne quelle degli operatori del centralino della Mezzaluna Rossa, costringe lo spettatore a immaginare, a riempire il vuoto con la propria sensibilità. È un cinema che non spiega, non mostra, ma fa sentire. La voce di Hind diventa il centro pulsante dell’opera, un’eco che attraversa il tempo e lo spazio.

Il film è una potentissima denuncia contro l’impunità, contro l’inerzia delle istituzioni internazionali, contro la disumanizzazione del conflitto israelo-palestinese. Attraverso la quotidianità dei volontari della Mezzaluna Rossa, il film mostra le difficoltà logistiche, burocratiche e morali di chi cerca di salvare vite in un territorio sotto assedio. L’iter assurdo per inviare un’ambulanza, le comunicazioni interrotte, la paura costante, tutto contribuisce a dipingere un quadro di oppressione sistemica davvero angosciante. La pellicola non prende posizione ideologica, ma pone domande etiche profonde.

La regia volutamente assente

La regia di Ben Hania è sobria, rigorosa, quasi invisibile. Il suo coraggio sta nel non voler aggiungere nulla alla realtà, nel lasciare che sia la voce di Hind a guidare il racconto. Non ci sono scene ricostruite, non c’è spettacolarizzazione. È un cinema che resiste all’estetica, che rifiuta la retorica, che si affida alla verità nuda e cruda. Il montaggio è essenziale, il ritmo scandito dalla voce della bambina e dalle risposte degli operatori. Il film è un esempio di come il documentario possa diventare arte senza tradire la sua funzione testimoniale.

L’impatto emotivo: l’indifferenza non è più possibile

Certo, guardare La voce di Hind Rajab è un’esperienza difficile, dolorosa, ma necessaria. E’ un film che vuole scuotere, vuole far riflettere, vuole far agire. Quell’audio ci accompagna anche dopo la fine del film, ci perseguita, ci interroga. È impossibile dimenticarlo. E’ un invito a non voltarsi dall’altra parte, a non spegnere il telefono, a non chiudere gli occhi. In un’epoca in cui le immagini sono ovunque, Ben Hania ci ricorda che l’ascolto può essere più potente della visione.

La voce di Hind Rajab è un film che resterà, non per la sua forma o gli applausi a Venezia, ma per il suo contenuto. Non per la sua estetica, ma per la sua etica. È un’opera che trasforma il cinema in memoria, la memoria in resistenza, la resistenza in speranza. Hind Rajab non è solo una bambina: è il simbolo di tutte le voci che non vogliamo ascoltare. E ora che l’abbiamo sentita, non possiamo più ignorarla.

Il voto di Cinefily

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