Una battaglia dopo l’altra è scritto, diretto e co-prodotto da Paul Thomas Anderson. È un libero adattamento contemporaneo del romanzo Vineland di Thomas Pynchon, e rappresenta la seconda incursione di Anderson nell’universo dello scrittore dopo Vizio di forma (2014). Ambientato ai giorni nostri, il film esplora le tensioni razziali, la memoria storica e il ritorno della militanza politica in un’America inquieta. Cast mozzafiato e regia assurda ne fanno un gioiellino da non perdere. Noi l’abbiamo già visto e vi diciamo cosa ne pensiamo.
LA TRAMA
Una lotta interna ed esterna
Bob Ferguson (Leonardo DiCaprio), ex attivista per i diritti civili, vive una vita tranquilla con la compagna afroamericana Perfidia (Teyana Taylor) e la loro figlia Wilma (Chase Infiniti). Ma la pace viene infranta quando riemerge il colonnello Steven J. Lockjaw (Sean Penn), leader di un gruppo suprematista bianco. La sua ideologia radicale non tollera le unioni interrazziali, e Wilma diventa bersaglio della sua crociata. Per proteggere la sua famiglia, Bob riunisce i membri del disciolto gruppo liberale French 75, tra cui il misterioso Sensei Sergio (Benicio Del Toro) e la combattiva Deandra (Regina Hall). Inizia così una lotta clandestina contro l’odio, in cui ogni personaggio deve fare i conti con il proprio passato e le scelte che lo hanno definito.
INFO & CAST
Durata 162 min
Regia Paul Thomas Anderson
Cast
Leonardo DiCaprio: Bob Ferguson
Sean Penn: Colonnello Steven J. Lockjaw
Benicio del Toro: Sensei Sergio St. Carlos
Regina Hall: Deandra
Teyana Taylor: Perfidia Beverly Hills
LA RECENSIONE
Il cinema come atto politico
Non si parla d’altro e noi di Cinefily eravamo curiosissimi di vedere questo film in sala. Con Una battaglia dopo l’altra, Paul Thomas Anderson (che noi amiamo a dismisura) abbandona realmente ogni forma di compostezza narrativa per abbracciare il disordine come strumento espressivo. L’opera è un caleidoscopico affresco grottesco e satirico sull’America contemporanea, dove la repressione, il fanatismo e la paranoia diventano protagonisti invisibili e tremendamente impattanti. In 162 minuti, Anderson non cerca assolutamente risposte, anzi, pone domande, provoca, e ci costringe a guardare il presente senza filtri.
Come dicevamo all’inizio, Anderson firma regia, sceneggiatura e produzione, confermando la sua visione autoriale totale. Ogni scena è costruita con una tensione emotiva che alterna grottesco e lirismo, caos e intimità. Il regista non cerca la coerenza e quindi smonta le impalcature classiche della narrazione per costruire un racconto fiammeggiante, dove il disordine diventa verità. La sua regia è un atto politico, un grido contro l’omologazione e la semplificazione. La fotografia di Michael Bauman è uno degli elementi più potenti del film. Girato in VistaVision, il film alterna paesaggi desolati e interni claustrofobici, con una palette cromatica che passa dal seppia nostalgico al neon disturbante. Le inquadrature sono spesso sbilanciate, volutamente sporche, come se lo sguardo stesso fosse contaminato dalla paranoia dei personaggi. Andy Jurgensen, invece, firma un montaggio che riflette perfettamente il tono del film: schizofrenico, frammentato, ma sorprendentemente coerente. Le scene si susseguono con salti temporali, flashback, sogni e allucinazioni, creando un flusso narrativo che sfida lo spettatore a rimanere vigile. Il montaggio diventa strumento di disorientamento, ma anche di immersione totale. Jonny Greenwood, storico collaboratore di Anderson, compone una colonna sonora che è più un paesaggio sonoro che un accompagnamento musicale. Archi distorti, sintetizzatori analogici e silenzi improvvisi costruiscono un’atmosfera inquietante e ipnotica. La musica non sottolinea le emozioni: le amplifica, le distorce, le rende fisiche. È il suono della resistenza, della paura, della memoria.
Il fenomenale cast, tra umanità imperfetta e magnetismo
Leonardo DiCaprio è straordinario nel ruolo di Bob Ferguson, un eroe imperfetto, paranoico, disilluso che ci rapisce dai primi fotogrammi. Sean Penn, invece, incarna con inquietante carisma il colonnello Lockjaw, simbolo del potere maschile e repressivo. Teyana Taylor e Regina Hall portano sullo schermo forza e vulnerabilità, mentre Chase Infiniti sorprende con una performance delicata e incisiva. Benicio Del Toro, nel ruolo del Sensei Sergio, aggiunge una dimensione enigmatica e spirituale al racconto. Un cast assolutamente eccezionale come non si vedeva da molti anni al cinema e speriamo che l’Academy non resti a guardare.
La battaglia è adesso mentre la libertà è in crisi
Fondamentalmente, la pellicola di Anderson è una riflessione feroce sulla paternità, la memoria, la repressione e la fragilità delle rivoluzioni personali. Il regista costruisce un mondo che somiglia inquietantemente al nostro, dove la violenza è sistemica e la libertà è un concetto in crisi. Il titolo stesso, tratto da una frase di Angela Davis, è un monito: non ci sarà mai una battaglia finale, è sempre una battaglia dopo l’altra. Non si tratta di un film che non cerca di piacere, ma di scuotere. È sporco, sfrontato, emotivamente denso e aperto a mille interpretazioni. Anderson firma il suo lavoro più libero e necessario, un’opera che ci costringe a guardare il presente con occhi nuovi. Non è solo cinema: è resistenza, è memoria, è un grido e noi non possiamo non dargli 5 stelle.
Il voto di Cinefily



