Duse è un film biografico diretto da Pietro Marcello, che racconta gli ultimi anni della vita di Eleonora Duse, leggendaria attrice teatrale italiana interpretata da Valeria Bruni Tedeschi. Ambientato in un’Italia segnata dalla Grande Guerra e dai primi venti del fascismo, il film esplora il ritorno sulle scene di una donna indomita, moderna e profondamente libera. La pellicola è una coproduzione italo-francese, distribuita da PiperFilm, ed è stata presentata in anteprima, e con successo, alla 82ª Mostra del Cinema di Venezia. Noi l’abbiamo vista per voi e adesso vi diciamo cosa ne pensiamo.
LA TRAMA
Storia di una donna indimenticabile
La storia è narrata dalla voce della figlia di Eleonora Duse, che rievoca gli ultimi giorni della madre. Duse (Valeria Bruni Tedeschi), ormai lontana dai fasti della sua carriera, vive in un’Italia attraversata da conflitti e cambiamenti radicali. Nonostante le difficoltà economiche e la salute precaria, sente il bisogno urgente di tornare a teatro. Non per nostalgia, ma per riaffermare la propria identità e il valore dell’arte in un mondo che sembra voler cancellare tutto ciò per cui ha lottato. Il palcoscenico diventa per lei un atto di resistenza, dove ogni parola e gesto assumono una forza politica ed esistenziale. Ma questo ritorno ha un prezzo: gli affetti si allontanano, il corpo si consuma, e il disincanto si insinua. Eppure, fino all’ultimo, Eleonora resta fedele alla propria integrità, affrontando il declino con la stessa intensità che ha sempre portato in scena.
INFO & CAST
Durata 122 min
Regia Pietro Marcello
Cast
Valeria Bruni Tedeschi: Eleonora Duse
Noémie Merlant: Enrichetta Checchi
Fausto Russo Alesi: Gabriele D’Annunzio
Mimmo Borrelli: Ermete Zacconi
Fanni Wrochna: Désirée
LA RECENSIONE
Il ritorno della Divina: un’opera che sfida il tempo
Iniziamo subito dicendo che Duse non è un semplice biopic, ma un affresco poetico che attraversa la memoria, la storia e l’anima. Pietro Marcello sceglie di raccontare gli ultimi anni di Eleonora Duse, dal 1917 al 1923, in un’Italia lacerata dalla guerra e sull’orlo del fascismo. Il regista non si limita a narrare la vita della più grande attrice italiana, ma la trasfigura in un viaggio visivo e spirituale, dove il teatro diventa resistenza e la scena l’unico luogo di libertà. Il film si apre con il ritorno della Duse sul palcoscenico, non come nostalgia, ma come urgenza vitale: recitare diventa un atto di sopravvivenza, una sfida contro la malattia, la solitudine e il tempo che consuma.
Il cinema come memoria
Marcello costruisce il film come un mosaico di immagini, suoni e silenzi. La regia è elegante e stratificata, alternando materiali d’archivio rielaborati, riprese in pellicola e scene di finzione che sembrano quadri impressionisti. I treni che attraversano paesaggi feriti, le stanze immerse in luce dorata, il Milite Ignoto come simbolo di un Paese smarrito, ogni elemento visivo è carico di significato. La sceneggiatura, scritta con Letizia Russo e Guido Silei, evita la linearità e abbraccia la frammentazione, come se la vita della Duse fosse un diario interiore, fatto di ricordi, rimpianti e visioni.
La prova attoriale di Valeria Bruni Tedeschi è il cuore pulsante del film. L’attrice non interpreta la Duse, la abita. Con una recitazione poetica e delicata, riesce a restituire la grandezza e la fragilità della Divina, oscillando tra orgoglio e resa, tra sguardi che contengono segreti e sorrisi che nascondono malinconie. “Ho cercato di diventare amica della Duse”, ha dichiarato l’attrice, e questa empatia profonda si riflette in ogni gesto, in ogni esitazione. La macchina da presa indugia sul suo volto, sui suoi occhi, nei momenti di sussurro e tensione, rendendo la sua interpretazione un atto di intimità e verità.
Il film esplora anche le relazioni che hanno segnato la vita della Duse, in particolare quella con Gabriele D’Annunzio (Fausto Russo Alesi) e con la figlia Enrichetta (Noémie Merlant). Il legame con D’Annunzio è fatto di passione e ferite, di grandezza e abbandono, mentre quello con la figlia rivela la frattura tra vita privata e arte. La Duse appare come una madre incapace di donarsi pienamente, assorbita dal suo ruolo di attrice, sempre sospesa tra il bisogno di amare e l’impossibilità di farlo.
Il peso della storia e il rischio dell’idealizzazione
Se da un lato Marcello riesce a costruire un’opera intensa e visivamente potente, dall’altro il film rischia talvolta di essere troppo reverente nei confronti della storia. Alcune critiche hanno sottolineato come la modernità della Duse venga soffocata da un eccesso di rispetto, da un overacting e un rischio di estetismo eccessivo che rende la narrazione polverosa. Il confronto con Sarah Bernhardt, che nel film rimprovera la Duse per non aver aggiornato il repertorio, diventa metafora di un cinema che guarda al passato senza tradirlo, ma forse anche senza rinnovarlo davvero.
Il voto di Cinefily



