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Scott Derrickson è tornato al suo genere preferito e più congeniale. Il regista statunitense, dopo aver diretto “Hellraiser 5: Inferno”(2000), “The Exorcism of Emily Rose”(2005)”, “Sinister”(2012), “Liberarci dal male”(2014) ed essersi concesso una digressione nel mondo Marvel col bellissimo “Doctor Strange”(2016), torna all’horror con “Black Phone”, basato sul racconto di Joe Hill, del 2004, inserito nella raccolta “Ghosts”(2005). Già dal trailer è chiarissima l’atmosfera in cui Derrickson ci trasporterà e che ci terrà in bilico tra suspense, terrore e angoscia per 102 minuti. Il cast ha come punta di diamante il grande Ethan Hawke, coadiuvato dai giovani Mason Thames, Madeleine McGraw e da Jeremy Davies, James Ransone e E. Roger Mitchell. Prodotto dalla Blumhouse di Jason Blum, “Black Phone” è nelle sale a partire dal 23 giugno. Non perdetelo.

LA TRAMA

Black Phone, l’ennesimo gioiellino della Blumhouse è un racconto di formazione intriso nell’horror

Fine anni ’70. Finney Shaw (Mason Thames) è un tredicenne timido ma perspicace che vive nei sobborghi di Denver con un papà alcolizzato (Jeremy Davies) e violento e la sorellina Gwen (Madeleine McGraw). Durante quel periodo, la cittadina era scossa da una serie di sparizioni di giovanissimi e, un giorno, anche Finney viene rapito da un sadico assassino – detto Il Rapitore – che lo rinchiude in un seminterrato insonorizzato dove urlare serve a poco. 

Quando un telefono nero scollegato e appeso alla parete inizia a squillare, Finney scopre di poter sentire le voci delle precedenti vittime dell’assassino, pronte a fare di tutto perché ciò che è successo a loro non accada anche a lui.

Recensione di Black Phone
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Info
Anno 2022
Durata 102 min
Regia Scott Derrickson

 

Cast

Ethan Hawke: Il Rapace
Mason Thames: Finney Shaw
Madeleine McGraw: Gwen Shaw
Jeremy Davies: Terrence Shaw

LA RECENSIONE

Un racconto di formazione che incontra l’horror

Un racconto di formazione, un thriller e un horror. Questo è “Black Phone”, un mix di generi proprio come l’omonimo racconto da cui è tratto, scritto da Joe Hill, figlio del grande e amatissimo Stephen King. Lo scopo principale del regista era – come lui stesso ha dichiarato – quello di esplorare la complessità emotiva e il dolore durante l’infanzia, unitamente alla capacità dei bimbi di fronteggiare e superare le proprie paure e le tragedie. All’epoca – tra gli anni ’70 e ’80 – le storie di rapimenti e uccisioni di bambini (tutti ricordiamo serial killer americani come i membri della Famiglia Manson, Il Killer dello Zodiaco, John Wayne Gracy e Ted Bundy) erano molto frequenti e la storia di Finney cerca d’immortalare proprio quel momento storico. Il regista ci è riuscito alla grande perché le vicende del piccolo protagonista del film si allargano offrendo lo spunto per parlare anche di bullismo, violenza domestica, speranza nel futuro e solidarietà tra le nuove generazioni. Le paure di Finney vengono ingabbiate nel sotterraneo e chiuse a chiave dal vero “mostro” della situazione, The Grabber nella versione originale, tradotto come Il Rapitore o Il Rapace, incarnato da uno strabiliante Ethan Hawke. L’elemento paranormale rappresentato dalle anime dei bimbi precedentemente uccisi dal sadico mascherato è in un primo momento – e ci mancherebbe altro – disturbante ma poi capiamo che i veri personaggi horror sono gli adulti, dal già citato Rapitore, al padre di Finney (alcolizzato e depresso) fino ai poliziotti allo sbando più totale che per trovare una strada verso la risoluzione dell’enigma si affideranno addirittura alle “percezioni” e ai contatti sovrannaturali della piccola Gwen.

Recensione di Black Phone

Un cast incredibile capitanato dal Rapitore Ethan Hawke

Dalla Blumhouse ci si aspetta sempre grandi produzioni e film dove gli “jump scares” sono angoscianti e ansiogeni dall’inizio alla fine. Anche in “Black Phone” non mancano, però la parte paranormale si manifesta come ponte tra mondo dei morti e quello dei vivi – in questo caso – in maniera salvifica, con lo scopo di aiutare la vittima in questione e questo ammortizza un minimo la tensione. Sentire squillare il telefono nero scollegato fa sempre raggelare il sangue ma ciò che genera ancora più terrore sono le potenziali reazioni del Rapitore/Ethan Hawke e, a questo punto, è impossibile non fargli un mega applauso per l’interpretazione magistrale.

Sembra superfluo dopo quattro nomination agli Oscar, ma l’attore (già protagonista di “Sinister” dello stesso regista) nei panni di questo mago in rovina che è, in realtà, uno spietato e sadico killer tripolare è perennemente in maschera e per esprimere le sue sensazioni si serve solo della voce e del corpo, come un fauno dal tono basso e quasi sussurrato, falsamente conciliante e mansueto e con una rabbia omicida che potrebbe esplodere da un momento all’altro come una bomba ad orologeria. Uno dei suoi migliori ruoli in assoluto. Obiettivamente, tutto il cast è di una bravura spaventosa. Mason Thames, il ragazzino che interpreta il ruolo di Finney, è praticamente un esordiente e il suo talento, la sua naturalezza, i suoi primi piani, la sua angoscia e la sua forza di volontà sono veramente un pugno nello stomaco, sensazionali e incredibili. Stesso discorso per la Madeleine McGraw, già apparsa in varie serie tv come “Outcast”, “Reverie” e “Secrets of Sulphur Springs” ma anche in film come “Pacific Rim: Uprising”(2018) e “Ant-Man and the Wasp”(2018), che interpreta la parte della sorella minore Gwen, unica sua amica, ancora di salvezza e colonna portante dell’intera pellicola. E’ lei che fa da ponte con il mondo dei morti grazie alle sue capacità, che non è creduta dal padre e all’inizio sembra neanche dai poliziotti, ma grazie alla sua perspicacia avrà la meglio e si farà ascoltare dagli adulti. Sentiremo parlare in futuro, sicuramente, anche di lei.

Gli omaggi a IT di Stephen King e tutti i tasselli dell’ennesimo gioiellino della Blumhouse

Jason Blum e tutti i suoi collaboratori sono noti per la cura assolutamente maniacale di tutti i dettagli. Naturalmente “Black Phone” non è esente dallo stesso trattamento. La sceneggiatura di Scott Derrickson e C. Robert Cargill ha avuto bisogno di molto tempo per essere terminata, anche perché il racconto di partenza di Joe Hill è composto da una ventina di pagine. I due, però, sono riusciti a trovare la chiave di lettura giusta per inserire tutte le tematiche a cui tenevano maggiormente e regalarci 102 minuti di cui tutti – amanti dell’horror e non – avevamo bisogno. Proprio gli appassionati del genere non potranno non notare i vari “omaggi” a Re Stephen King, al suo “IT” e a Pennywise con l’inserimento dei palloncini neri, dell’impermeabile giallo, delle corse in bicicletta di Gwen e della presenza di un gruppo di bambini solidali, anche se in questo caso appartenenti ad un mondo parallelo. Oltre a questo, è interessante notare come il lavoro degli sceneggiatori sia stato grandioso nel mostrare l’evoluzione di Finney e Gwen, da reietti e visionari a vincenti anche se “ammaccati” dopo le varie diatribe che avrete modo di vedere in sala. La fotografia grigia, cupa e vintage di Brett Jutkiewicz; le scenografie di Patti Podesta e i costumi di Amy Andrews lasciano senza parole e ci catapultano appieno nel 1978, rendendo la pellicola ancora più unica e formidabile dal punto di vista tecnico. Complici di questa ennesima fortunata operazione della Blumhouse sono anche Kent Johnson, Frédéric Thoraval e Amy Andrews, rispettivamente responsabile degli effetti speciali, del montaggio (perfetto) e dei costumi. Voto molto alto e speriamo che Jason Blum continui a stupirci con questi piccoli gioiellini.

Il voto di Cinefily

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