Michael Sarnoski è il regista di Robin Hood - Il prezzo del sangue (The Death of Robin Hood) rappresenta una delle operazioni di decostruzione del mito più coraggiose e radicali degli ultimi anni nel panorama hollywoodiano. Abbandonando completamente le atmosfere spensierate, i toni da avventura classica e la patina di leggenda romantica che da sempre contraddistinguono le gesta del celebre arciere di Sherwood, il regista sceglie di adattare i toni cupi e luttuosi della ballata seicentesca Robin Hood's Death. Sarnoski, già apprezzato per la sua capacità di scavare nella psicologia dei personaggi attraverso un realismo crudo in opere come Pig e A Quiet Place: Day One, prende la figura archetipica del principe dei ladri e la spoglia di ogni orpello eroico. Siamo di fronte a un thriller storico e drammatico sporco, fangoso e malinconico, in cui la violenza non è mai spettacolarizzata per fini ludici, ma viene mostrata nel suo aspetto più logorante, fisico e morale. Sostenuto da un cast di altissimo livello guidato da un intenso Hugh Jackman affiancato da Jodie Comer e Bill Skarsgård, il film è un'indagine spietata sulla mortalità, sul peso delle menzogne storiche e sul conto inevitabile che ogni esistenza votata alla distruzione finisce per presentare. Noi l’abbiamo visto per voi e vi diciamo cosa ne pensiamo.

LA TRAMA

Robin Hood l’atto di fare i conti con la propria identità

Siamo nel XIII secolo, in un’Inghilterra livida e ostile, dove un Robin Hood ormai anziano, stanco e segnato da una vita trascorsa a uccidere vive in totale isolamento nella natura selvaggia. La quiete del suo esilio viene bruscamente interrotta dall’arrivo di una giovane donna decisa a vendicare la propria famiglia, decimata proprio dai crimini passati dell’outlaw; costretto alla difesa, Robin la uccide, aggiungendo un altro nome alla sua interminabile lista di rimorsi. Poco dopo riceve la visita del suo storico compagno Little John, il quale, tormentato dalla perdita della propria vita e della fattoria finita in mano altrui, trascina nuovamente l’amico in un raid sanguinoso per riprendersi i propri affetti. Questa incursione si rivela una carneficina brutale in cui la moglie di John perde la vita e lo stesso Robin, gravemente ferito e braccato dalla vendetta dei sopravvissuti, viene abbandonato quasi in fin di vita su un’isola remota, presso il Priorato di S. Clement. Qui viene affidato alle cure di Sorella Brigid, una figura enigmatica e premurosa che cerca di salvargli la vita nonostante Robin invochi la morte come liberazione. Nel corso della sua convalescenza, l’ex eroe stringe un legame protettivo con la giovane Margaret, figlia di John, mentre l’isola diventa il teatro di un confronto psicologico e spirituale fortissimo. Sull’isola Robin incontra anche il custode lebbroso, che in punto di morte si rivela essere il suo vecchio arcinemico Guy di Gisborne, spingendolo a fare i conti con la propria identità.

INFO & CAST
Anno: 2026
Durata 123 min
Regia: Michael Sarnoski

Cast:
Hugh Jackman: Robin Hood
Jodie Comer: Sorella Brigid
Bill Skarsgård: Little John
Murray Bartlett: Lebbroso / Guy di Gisborne
Noah Jupe: Arthur / Godwyn
Faith Delaney: Piccola Margaret
Jade Croot: Wainwright
Clive Russell: Padre anziano
Alfie Lawless: Hendrie
Richie Wilson: padre di Arthur
Andrew McCracken: padre di Hendrie

LA RECENSIONE

L'estetica del fango e la decostruzione del mito

Dal punto di vista formale e stilistico, il film di Michael Sarnoski colpisce per la coerenza visiva e la scelta di rinunciare a qualsiasi compromesso commerciale. La fotografia di Pat Scola predilige toni desaturati, dominati dal grigio della pietra, dal marrone del fango e da una luce naturale che rende ogni inquadratura tangibile e ruvida. Sarnoski sceglie di non edulcorare l’ambientazione medievale e, infatti, la foresta non è il rifugio magico e accogliente dei fuorilegge dal cuore nobile, ma un luogo inospitale e claustrofobico dove la sopravvivenza si misura in base alla quantità di sangue versato. La prima parte del film si muove attraverso una sequenza di violenza implacabile che funge da vero e proprio shock visivo per lo spettatore abituato alle versioni cinematografiche tradizionali. La regia indugia sulla fatica fisica dei corpi, sul logoramento dell’età che avanza e sulla disillusione di un uomo che realizza come il mito tramandato dai cantastorie sia soltanto una sovrastruttura falsa costruita sopra una scia di cadaveri. In questo contesto, Hugh Jackman offre una delle performance più intense della sua carriera, rinunciando a qualsiasi vanità divistica per abbracciare la cupezza di un personaggio svuotato di ogni speranza. La sua interpretazione si regge sui silenzi, sugli sguardi persi nel vuoto e su una fisicità pesante e appesantita dagli anni, restituendo l’immagine di un antieroe che non cerca la redenzione attraverso gesti eclatanti, ma attraverso la faticosa accettazione della propria colpa.

La gestione del ritmo e la transizione verso l'introspezione

Nella sua parte centrale, l’opera effettua un cambio di registro radicale, rallentando drasticamente il battito dell’azione per immergersi in una dimensione marcatamente intimista e contemplativa. Dopo il traumatico bagno di sangue della prima ora, il baricentro del racconto si sposta sull’isola e sulle dinamiche psicologiche che legano Robin alle figure che lo circondano, in particolare la Sorella Brigid (Jodie Comer) e il misterioso lebbroso interpretato da Murray Bartlett. Sarnoski si prende tutto il tempo necessario per esplorare il senso di colpa, l’isolamento e la ricerca di un significato spirituale in un mondo dominato dal dolore. Tuttavia, è proprio in questa porzione centrale che la pellicola mostra qualche incertezza strutturale, accusando cali di ritmo e una certa ripetitività nelle riflessioni esistenziali del protagonista. Il film rischia occasionalmente di avvitarsi su sé stesso, esplorando instancabilmente la medesima angoscia nichilista senza far avanzare in modo sensibile la narrazione. La tensione sotterranea rimane viva grazie alla raffinata costruzione dell’atmosfera e alla qualità della scrittura dei dialoghi, capaci di dare spessore a figure secondarie che evitano accuratamente di cadere negli stereotipi del genere storico.

Il peso delle colpe e il radicale epilogo morale

Il terzo e ultimo blocco del film ricompone le linee narrative aperte in precedenza, conducendo lo spettatore verso una conclusione che rifugge deliberatamente la spettacolarizzazione hollywoodiana per privilegiare la coerenza tematica. Il confronto finale tra Robin Hood e Sorella Brigid rappresenta il vertice emotivo e drammatico dell'intera operazione, quando viene svelato il tragico legame che unisce il passato del fuorilegge alle sofferenze della donna. La confessione della verità non porta a un catartico scontro armato o a una spettacolare redenzione salvifica, ma si traduce in un dialogo intriso di dolorosa consapevolezza e di una pietà amara. La scelta finale del protagonista di non opporsi al proprio destino e di accettare la morte non come un atto di eroismo, ma come l'unico modo possibile per porre fine a un ciclo infinito di dolore e vendetta generazionale, suggella il senso ultimo del film. Sarnoski chiude la sua opera evitando facili morali edificanti o consolatorie, lasciando nello spettatore un senso di profonda malinconia. Molto bello, da vedere assolutamente.

Il voto di Cinefily

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