Craig Gillespie, con Supergirl, firma il secondo film del nuovo DC Universe dopo Superman (2025), confermando la volontà dei DC Studios di costruire un franchise coerente ma stilisticamente vario, in cui ogni progetto possa avere un’identità precisa. Lontano dall’impostazione classica dell’origin story, il film adatta la miniserie a fumetti Supergirl: Woman of Tomorrow, di Tom King e Bilquis Evely, trasformandola in un’avventura cosmica dai toni western e profondamente introspettivi. La sceneggiatura di Ana Nogueira sceglie infatti di non concentrarsi sulla nascita dell’eroina, ma sul suo stato emotivo: Kara Zor-El – interpretata da Mily Alcock - è una sopravvissuta alla distruzione di Krypton, una giovane donna che porta addosso il peso del trauma e che fatica a trovare un luogo a cui appartenere. Cosa funziona e cosa no? Beh, ve lo diciamo noi nella nostra recensione senza spoiler.
LA TRAMA
Il viaggio e la vendetta di Kara e Ruthye
La storia segue Kara Zor-El mentre decide di trascorrere il proprio 23esimo compleanno lontano dalla Terra, su un pianeta illuminato da un sole rosso dove i suoi poteri kryptoniani vengono temporaneamente annullati. Per la prima volta, Kara può vivere come una persona normale, senza essere un’arma vivente o un simbolo. È durante questo viaggio che incontra Ruthye Marye Knoll (Eve Ridley), una giovane aliena che ha assistito all’omicidio del padre per mano del brutale Krem delle Colline Gialle e che cerca vendetta a ogni costo. Colpita dalla determinazione della ragazza, Kara accetta di accompagnarla in una lunga caccia attraverso diversi mondi della galassia. Il viaggio le porta ad affrontare mercenari, criminali, pirati spaziali e creature aliene, ma soprattutto la costringe a confrontarsi con il proprio passato e con il senso di colpa legato alla distruzione di Krypton. L’arrivo del carismatico e caotico cacciatore di taglie Lobo (Jason Momoa) complica ulteriormente la missione, inserendo elementi di ironia e imprevedibilità nel percorso delle due protagoniste.
INFO & CAST
Durata: 11o min
Regia: Craig Gillespie
Cast:
Milly Alcock: Kara Zor-El / Supergirl
Matthias Schoenaerts: Krem delle Colline Gialle
Eve Ridley: Ruthye Marye Knoll
David Krumholtz: Zor-El
Emily Beecham: Alura In-Ze
Jason Momoa: Lobo
David Corenswet: Clark Kent / Kal-El / Superman
LA RECENSIONE
Una Supergirl più umana e introspettiva
Va detto subito che questo film si distingue per il suo approccio più malinconico rispetto ad altri cinecomic recenti, privilegiando il viaggio interiore della protagonista rispetto alla pura spettacolarità. Il regista costruisce un’opera che alterna vasti scenari cosmici a momenti di forte intimità. In questo senso, Supergirl si propone come un tassello più maturo e riflessivo del nuovo DC Universe, interessato a esplorare le conseguenze psicologiche dell’eroismo più che la sua celebrazione.
Il cuore del film è la costruzione di Kara Zor-El e la fresca interpretazione di Milly Alcock. Questa Supergirl è volutamente lontana dall’immagine solare e rassicurante associata spesso al personaggio ed è impulsiva, fragile, sarcastica e segnata in modo irreversibile dalla distruzione di Krypton. La sceneggiatura insiste molto sul suo senso di estraneità, sul dolore mai elaborato e sulla difficoltà di trovare un’identità in un universo che non sente suo.
Il rapporto con Ruthye diventa il motore emotivo della storia, trasformando un racconto di vendetta in un percorso di crescita reciproca. Milly Alcock riesce a rendere credibile ogni sfumatura di questo arco narrativo, passando con naturalezza dalla rabbia alla vulnerabilità, dall’ironia alla disperazione. La sua interpretazione non si limita mai alla superficie del personaggio, ma ne esplora continuamente le contraddizioni interne, rendendo Kara una figura complessa e profondamente umana. È proprio questa performance a dare al film la sua forza maggiore, elevandolo rispetto a molti cinecomic contemporanei.
Un cast tecnico al top
Craig Gillespie costruisce un universo visivo ricco e coerente, in cui la componente cosmica assume un ruolo centrale. I mondi visitati da Kara e Ruthye sono estremamente diversificati, passando da deserti alieni a città futuristiche fino a pianeti ostili popolati da mercenari e creature bizzarre. La regia privilegia un ritmo più contemplativo rispetto agli standard del genere, alternando momenti di grande respiro visivo a scene intime e silenziose.
La fotografia di Rob Hardy gioca un ruolo fondamentale nella definizione dell’atmosfera, utilizzando contrasti cromatici tra tonalità fredde e calde per riflettere lo stato emotivo della protagonista. Le immagini spaziano da paesaggi desaturati e malinconici a scenari più luminosi nei momenti di speranza, con un uso attento della luce naturale e delle ombre. Le scenografie di Neil Lamont ampliano ulteriormente la portata dell’universo, dando a ogni pianeta una propria identità visiva e culturale, mentre i costumi di Anna B. Sheppard e Michael Mooney rielaborano in chiave realistica sia l’iconico outfit di Supergirl sia quello degli altri personaggi, compreso il carismatico Lobo.
Gli effetti visivi, supervisionati da Geoffrey Baumann e realizzati da studi come Industrial Light & Magic, Framestore e Digital Domain, risultano generalmente solidi e ben integrati, soprattutto nelle sequenze di volo e nei combattimenti spaziali. Il montaggio di Tatiana S. Riegel e Fred Raskin riesce a bilanciare azione e introspezione, anche se nella parte centrale il ritmo rallenta leggermente.
Cosa funziona e cosa non
Supergirl è uno dei cinecomic più maturi e ambiziosi del nuovo DC Universe. Il film non si limita a raccontare un’avventura spaziale, ma costruisce un percorso di formazione che affronta temi complessi come il lutto, la vendetta, la responsabilità morale e la ricerca di sé. Cosa c’è quindi che non ci ha convinto appieno? Beh, la sceneggiatura di Ana Nogueira non lascia moltissimo spazio ai comprimari e, soprattutto, il personaggio di Lobo è veramente utilizzato poco (e non ce lo aspettavamo). Anche il tono molto altalenante potrebbe risultare strano e infondere confusione – passando da momenti profondi a quelli ironici nel giro di pochi secondi. Già vi abbiamo accennato, poi, che l’adattamento di Gillespie è diverso dal fumetto. Chi ha letto Supergirl: Woman of Tomorrow ha criticato alcuni cambiamenti al carattere di Kara e ad alcune scene chiave, ma le licenze registiche non sono poi tanto commentabili e, anzi, in alcuni casi fanno addirittura bene.
Uno dei momenti più discussi è l’introduzione, seppur, come appena detto, non sfruttata al massimo, di Jason Momoa nei panni di Lobo, personaggio che l’attore interpreta con grande entusiasmo e una notevole aderenza al materiale originale. Il suo Lobo è caotico, violento, ironico e magnetico, capace di rubare la scena ogni volta che appare senza però oscurare la protagonista. Le sue sequenze aggiungono energia e leggerezza al film, contribuendo ad ampliare il lato più selvaggio del DC Universe.
A completare il quadro arriva il breve - ma significativo - cameo di Superman, interpretato da David Corenswet, che serve a sottolineare il contrasto tra i due cugini: Clark rappresenta speranza e fiducia nell’umanità, mentre Kara è ancora intrappolata nel trauma del passato. Il loro incontro rafforza la dimensione emotiva del film e prepara future interazioni all’interno del nuovo universo condiviso.
In definitiva, è un prodotto godibile e vi possiamo fare piccolo spoiler: non ci sono scene post-credits, quindi potete andare a casa una volta finito il film.
Il voto di Cinefily



