Fortunato Cerlino compie il suo esordio dietro la macchina da presa scegliendo di raccontare la storia più personale possibile, ovvero quella della propria infanzia. Avemmaria, tratto dal suo romanzo autobiografico Se vuoi vivere felice (2018), rappresenta un vero e proprio atto d'amore verso la memoria e verso quella periferia napoletana che ha contribuito a formare l'autore, senza però trasformarsi nell'ennesimo racconto sulla criminalità organizzata. Presentato al Torino Film Festival e distribuito nelle sale da Europictures, Avemmaria si inserisce nel filone del cinema di formazione italiano, ma lo fa con uno sguardo profondamente intimo e molto personale.
Ambientato nel quartiere di Pianura degli anni ‘80, il film racconta una realtà segnata dalla povertà, dalla disoccupazione, dalle superstizioni popolari e da una quotidianità in cui il futuro sembra essere già deciso alla nascita. In questo contesto Fortunato Cerlino evita accuratamente gli stereotipi che hanno spesso caratterizzato la rappresentazione cinematografica delle periferie napoletane. La camorra resta una presenza costante ma mai protagonista: il centro del racconto è invece la famiglia, con le sue fragilità, i suoi conflitti e quella straordinaria capacità di resistere anche nelle condizioni più difficili.
Il regista costruisce così un'opera che parla di memoria, identità, crescita e riscatto sociale, scegliendo di osservare la realtà attraverso gli occhi di un bambino che rifiuta di credere che il proprio destino sia già scritto. Il proverbio che attraversa tutto il film — "Chi è nato tondo nun pò murí quadrato" — rappresenta la filosofia fatalista contro cui il piccolo Felice combatte con la forza dell'immaginazione, della musica e della scuola. È proprio questa scelta narrativa a rendere Avemmaria diverso da molti altri racconti simili: qui la violenza non è mai spettacolarizzata, ma resta sullo sfondo, mentre il vero protagonista diventa il desiderio di cambiare la propria vita. Noi l’abbiamo visto per voi e vi diciamo cosa ne pensiamo.
LA TRAMA
I sogni e le speranze di Felice
Felice vive in due piccole stanze insieme al padre Raffaele, appena rimasto senza lavoro, alla madre Antonietta, giovane ma già consumata dalla fatica di crescere una caterva di bambini, alla nonna Filomena, sempre vestita di nero e soffocata dal rancore, e ai suoi fratelli, mentre un altro figlio sta per arrivare. Nel quartiere di Pianura la povertà scandisce ogni giornata e crescere significa imparare molto presto che i sogni sembrano un lusso riservato ad altri.
Mentre il padre cerca disperatamente un modo per mantenere la famiglia e la madre affronta il peso di una quotidianità sempre più difficile, Felice continua a coltivare un mondo interiore fatto di musica, fantasia e immaginazione. La maestra Giulia, capace di riconoscere il suo talento, diventa la figura che gli mostra la possibilità di un futuro diverso. In un ambiente dove tutti sembrano convinti che nessuno possa cambiare il proprio destino, il bambino prova a dimostrare il contrario, affrontando un percorso di crescita nel quale dovrà scegliere se lasciarsi sopraffare dalla violenza e dalla rassegnazione oppure continuare a credere nei propri sogni.
INFO & CAST
Durata 109 min
Regia: Fortunato Cerlino
Cast:
Mario Di Leva: Felice
Salvatore Esposito
Marianna Fontana: Antonietta
Carmine Borrino: Raffaele
Franca Abategiovanni: Nonna Filomena
Gennaro Di Colandrea
Giulia Coppini
Cecilia Bertozzi
Giovanni Petrone
Francesco Verde
Francesca Colapietro
Armando Manfregola
Gabriele Di Gennaro
LA RECENSIONE
La periferia raccontata con autenticità: Cerlino sceglie la memoria invece degli stereotipi
Il maggiore pregio di Avemmaria è quello di sottrarsi fin dall’inizio ai modelli narrativi che negli ultimi anni hanno caratterizzato molta della produzione ambientata a Napoli. Fortunato Cerlino conosce profondamente il mondo che racconta e la sua regia privilegia un linguaggio essenziale, vicino al cinema realistico italiano, costruendo un racconto dove ogni dettaglio quotidiano assume un forte valore emotivo ma anche simbolico. La macchina da presa accompagna quasi sempre Felice alla sua altezza, permettendo allo spettatore di vivere la storia dal suo punto di vista e trasformando gli ambienti domestici in una vera estensione dello stato d’animo del protagonista.
La sceneggiatura, firmata dallo stesso Cerlino, evita la costruzione tradizionale del dramma sociale e preferisce raccontare una successione di episodi che restituiscono il peso della memoria. I dialoghi sono asciutti, quasi tutti affidati al dialetto napoletano, utilizzato con assoluta naturalezza e mai come semplice elemento folkloristico. Il proverbio “Chi è nato tondo nun pò murí quadrato” diventa il manifesto della mentalità fatalista contro cui Felice cerca ostinatamente di ribellarsi.
Dal punto di vista tecnico emerge l’ottimo lavoro della fotografia di Corrado Serri, che costruisce un costante dialogo tra luce e ombra. Gli interni della casa familiare sono soffocanti, dominati da tonalità calde ma spente che trasmettono immediatamente il senso di oppressione e di precarietà economica, mentre gli esterni acquistano progressivamente luminosità ogni volta che il protagonista riesce ad avvicinarsi ai propri sogni. Anche il montaggio di Diego Liguori segue questa impostazione narrativa scegliendo un ritmo riflessivo, fatto di pause, silenzi e tempi dilatati che privilegiano l’osservazione rispetto all’azione. È una scelta che rende il film meno dinamico rispetto ai tradizionali racconti di formazione, ma perfettamente coerente con il carattere intimista dell’opera. Cerlino dimostra, già al suo debutto, una notevole sensibilità registica, evitando virtuosismi estetici e mettendo sempre al centro i personaggi e le loro emozioni.
Un cast corale eccezionale guidato da Mario Di Leva e Salvatore Esposito
Gran parte dell’efficacia di Avemmaria nasce dalla qualità delle interpretazioni. Mario Di Leva, figlio d’arte del pluripremiato Francesco Di Leva, sostiene quasi tutti l’intero peso emotivo del racconto con una prova sorprendente per maturità e naturalezza. Il giovane attore interpreta Felice senza mai cercare la commozione facile, affidandosi soprattutto agli sguardi, ai silenzi e ai piccoli gesti che raccontano molto più delle parole. Il suo personaggio vive costantemente sospeso tra il desiderio di proteggere la propria innocenza e la consapevolezza di appartenere a un mondo che sembra negargli qualsiasi possibilità di riscatto.
Marianna Fontana offre un’interpretazione intensa e misurata nel ruolo di Antonietta, madre giovanissima ma già segnata dalle responsabilità di una famiglia numerosa e da un lutto e un sogno infranto che continuano a condizionare la sua esistenza. La sua recitazione evita ogni eccesso melodrammatico, restituendo il ritratto autentico di una donna consumata dalla fatica ma ancora capace di trasmettere amore ai propri figli. Carmine Borrino interpreta con grande credibilità Raffaele, padre orgoglioso che vive come una profonda umiliazione la perdita del lavoro, mentre Franca Abategiovanni (noi ti amiamo Franca!) costruisce una nonna Filomena severa e apparentemente incapace di mostrare affetto, ma profondamente segnata dalle privazioni di una vita difficile.
Sul ruolo di Salvatore Esposito non possiamo dirvi moltissimo perché rischieremmo di fare spoiler ad ogni parola. Vi diciamo solo che, per l’ennesima volta, ci ha confermato che è uno degli attori italiani più bravi e versatili del panorama cinematografico (anche internazionale) e la parte scelta per lui dal suo amico Cerlino è molto complessa, capace di darci un pugno allo stomaco proprio per la forza e l’intensità dell’interpretazione. E’ coscienza, disillusione, speranza, un faro o il buio più totale? Lo scoprirete solo verso la fine della pellicola, quando anche qualche lacrima sarà, ormai, scesa. E’ impossibile non citare anche Gennaro Di Colandrea, Giulia Coppini, Cecilia Bertozzi, Giovanni Petrone, Francesco Verde, Francesca Colapietro, Armando Manfregola e Gabriele Di Gennaro che contribuiscono alla costruzione di un universo umano estremamente credibile e, chi scrive, lo sa bene perché vissuto proprio in quegli anni e in quella realtà.
Un'opera prima autentica che ci ha colpito nel profondo
Come moltissime opere prime a cui abbiamo assistito, anche Avemmaria presenta alcuni limiti che, però, non inficiano minimamente il risultato finale. Il ritmo narrativo, ad esempio - soprattutto nella parte centrale - tende a rallentare sensibilmente e alcune sequenze si dilungano oltre il necessario, privilegiando la contemplazione. Oltre a questo, alcuni personaggi secondari avrebbero probabilmente meritato un maggiore approfondimento e qualche passaggio simbolico poteva essere bypassato. Sono, naturalmente, dettagli minimi in 109 minuti di pura emozione, accarezzati da una colonna sonora (grandioso il lavoro di Mariano Bellopede) che avrete in testa anche a fine proiezione, così come le canzoni dell’iconico Nino D’Angelo, cantate anche dagli spettatori in sala.
Il risultato finale, come dicevamo, non è intaccato. La pellicola di Celino è un coming of age che affronta temi universali come la povertà, il peso della famiglia, il valore dell'educazione, il ruolo salvifico della scuola, della musica e dell'immaginazione come strumenti di emancipazione sociale. Avemmaria non è affatto un film rivoluzionario, ma possiede una qualità sempre più rara: è autentico e racconta storie in cui ci si può facilmente immedesimare, senza cercare scorciatoie emotive né facili effetti spettacolari. Al termine della visione resta soprattutto la sensazione che, anche nei luoghi dove tutto sembra già deciso, la speranza possa ancora rappresentare un deciso atto di ribellione e che i proverbi a volta possono essere ribaltati.
Il voto di Cinefily



