Michael è arrivato. Finalmente, Il biopic musicale, diretto dal grande Antoine Fuqua, è sbarcato nelle nostre sale e noi l’abbiamo visto per voi. Preceduto da uno straordinario flashmob con le sue celebri canzoni, il film - oscillante tra celebrazione e agiografia – ci ha colpito ed emozionato tantissimo. Con Michael, scritto da John Logan, Fuqua ha tentato una delle sfide più delicate degli ultimi anni: raccontare Michael Jackson, artista globale, innovatore musicale e figura controversa, senza ridurlo a mito né a caricatura.
Prodotto da Graham King per Lionsgate e GK Films, il film si inserisce ovviamente nel filone dei grandi biopic musicali moderni inaugurato negli ultimi anni, ma ambisce a qualcosa di più complesso e stratificato: non solo ricostruire una carriera straordinaria, ma anche ad esplorare il fragile equilibrio tra genio creativo, pressione mediatica e identità personale. La scelta di affidare il ruolo principale a Jaafar Jackson, nipote della popstar, non è soltanto un’operazione di somiglianza fisica o marketing, ma una decisione artistica che mira a restituire una continuità emotiva e quasi “genetica” al racconto, rendendo la performance più credibile e meno imitativa rispetto ad altri biopic recenti. Volete sapere cosa ne pensiamo?
LA TRAMA
Una parabola unica e indimenticabile
Il biopic ripercorre l’intera parabola artistica di Michael Jackson, partendo dalla sua infanzia nei Jackson 5 negli anni ‘60, sotto la guida severa e spesso opprimente del padre Joe (Colman Domingo). Fin da subito emerge il talento fuori dal comune del giovane Michael (da piccolo interpretato da Juliano Krue Valdi), capace di dominare il palco con una presenza scenica magnetica che anticipa già la futura icona globale. Il rapporto familiare, segnato da disciplina rigida e ambizione, costituisce una delle colonne portanti emotive del film.
Il racconto prosegue con la transizione verso la carriera solista negli anni ‘70, momento cruciale in cui Michael inizia a definire la propria identità artistica e personale, distaccandosi progressivamente dall’immagine di child star.
Il cuore del film è però rappresentato dagli anni ‘80, periodo in cui, grazie anche alla collaborazione con Quincy Jones (Kendrick Sampson), Michael raggiunge un successo senza precedenti con album epocali come Thriller e Bad. La narrazione culmina con il Bad World Tour, rappresentato come il punto massimo della sua consacrazione globale, ma anche come il momento in cui il peso della fama diventa quasi insostenibile. Parallelamente, il film esplora la dimensione privata dell’artista, includendo il rapporto con l’avvocato/manager John Branca (Derek Luke) e mostrando i primi segnali delle tensioni tra vita pubblica e privata.
INFO & CAST
Durata 127 min
Regia: Antoine Fuqua
Cast:
Jaafar Jackson: Michael Jackson
Juliano Krue Valdi: Michael Jackson da bambino
Colman Domingo: Joe Jackson
Nia Long: Katherine Scruse-Jackson
Miles Teller: John Branca
Laura Harrier: Suzanne de Passe
KeiLyn Durrel Jones: Bill Bray
Kat Graham: Diana Ross
Larenz Tate: Berry Gordy
Kendrick Sampson: Quincy Jones
Jessica Sula: La Toya Jackson
Jamal R. Henderson: Jermaine Jackson
Tre Horton: Marlon Jackson
Rhyan Hill: Tito Jackson
Joseph David-Jones: Jackie Jackson
Mike Myers: Walter Yetnikoff
Deon Cole: Don King
LA RECENSIONE
La regia inconfondibile di Fuqua e il contrasto tra perfezione scenica e fragilità interiore
Il tocco di Antoine Fuqua è sempre inconfondibile. La sua regia ha un approccio sorprendentemente controllato e meno enfatico rispetto ad altri biopic musicali contemporanei. Pur non rinunciando a momenti spettacolari — soprattutto nelle sequenze legate alle esibizioni dal vivo, veramente studiate alla perfezione — il regista privilegia un tono più intimo, quasi contemplativo, che permette allo spettatore di avvicinarsi alla dimensione psicologica del protagonista, complessa e sfaccettata. La macchina da presa, spesso mobile ma mai invadente, si sofferma sui dettagli del volto e del corpo, sottolineando il contrasto tra perfezione scenica e fragilità interiore.
Il lavoro della fotografia, curata in maniera magistrale da Robert Richardson, contribuisce in modo decisivo a questa visione, alternando luci calde e nostalgiche per gli anni ‘60 e ‘70 a toni più freddi e contrastati per il periodo della fama globale. Il montaggio di Conrad Buff mantiene un ritmo fluido ma mai frenetico, lasciando spazio ai momenti di silenzio e riflessione. Le musiche, supervisionate e rielaborate da John Debney, si integrano con il repertorio originale di Jackson senza risultare invasive, accompagnando con discrezione l’evoluzione narrativa.
Michael si distingue per un’attenzione quasi maniacale ai dettagli, ma da Fuqua ce lo aspettavamo. I costumi, curati da Ruth E. Carter, ricostruiscono con precisione le varie epoche attraversate dal protagonista, dai completi coordinati dei Jackson 5 agli outfit iconici degli anni Ottanta, contribuendo a definire visivamente l’evoluzione artistica e personale del personaggio.
Le scenografie e la direzione artistica lavorano in sinergia con fotografia e costumi, creando ambienti credibili e immersivi che trasportano lo spettatore attraverso decenni di storia musicale. Le sequenze musicali rappresentano uno dei punti più alti del film: non semplici riproduzioni, ma vere reinterpretazioni cinematografiche che sfruttano il linguaggio del cinema per amplificare l’impatto emotivo delle performance.
Fama, identità, solitudine e qualche “crepa”
Uno degli aspetti più interessanti del film è il modo in cui affronta il tema della fama come arma a doppio taglio. Michael viene mostrato non solo come un artista rivoluzionario, ma come un individuo progressivamente intrappolato nella propria immagine pubblica, incapace di separare il sé privato dalla figura iconica costruita dai media e dall’industria musicale.
Il contrasto tra performer e individuo è costante e viene sviluppato con crescente intensità nel corso della pellicola. Il film suggerisce come il successo, anziché liberarlo, abbia amplificato la sua solitudine, trasformando ogni trionfo in un momento di isolamento. Questa dimensione è resa con particolare efficacia nelle scene più silenziose, dove la regia e l’interpretazione si fondono per restituire un senso di fragilità emotiva raramente esplorato nei biopic musicali.
Nonostante le ambizioni e la solidità complessiva, il film – dobbiamo dirlo – presenta alcune criticità abbastanza evidenti. La narrazione, in diversi passaggi, appare compressa, con eventi fondamentali trattati in modo troppo rapido, sacrificando la complessità psicologica dei personaggi secondari e alcune dinamiche cruciali della carriera di Michael. Un vero peccato.
Inoltre, la scelta di interrompere il racconto al Bad World Tour lascia una sensazione di incompiutezza. Se da un lato questa decisione evita di affrontare gli anni più controversi in modo superficiale o problematico, dall’altro priva il film di una vera chiusura narrativa, lasciando in sospeso alcuni temi che avrebbero meritato maggiore approfondimento.
La rivelazione Jaafar Jackson
La vera rivelazione del film è senza dubbio Jaafar Jackson. Il rischio di fare una mera imitazione dello zio MJ era altissimo, ma l’attore riesce a evitare la caricatura grazie a un lavoro estremamente preciso su gestualità, postura e vocalità. I movimenti iconici — dal moonwalk alle esibizioni più energiche — sono riprodotti con grande fedeltà, ma ciò che colpisce maggiormente è la capacità di trasmettere vulnerabilità nei momenti più intimi. Non neghiamo che, in alcune scene, abbiamo versato anche qualche lacrimuccia nostalgica, ma ci sta.
Accanto a lui, Nia Long nel ruolo della madre Katherine Jackson offre una performance intensa e misurata, incarnando una figura materna protettiva ma spesso impotente di fronte alle dinamiche familiari. Colman Domingo, nei panni del padre Joe, costruisce invece un personaggio complesso, evitando stereotipi e restituendo sia la durezza che le ambizioni di un uomo determinato a portare i figli al successo.
Il cast di supporto, pur non sempre approfondito a livello di sceneggiatura, contribuisce a dare solidità al mondo narrativo del film, rendendo credibili le interazioni che hanno segnato la carriera di Michael. Vanno menzionati Miles Teller nei panni di John Branca, Kendrick Sampson in quelli di Quincy Jones e Mike Myers nel ruolo di Walter Yetnikoff.
IN CONCLUSIONE
Michael è un biopic ambizioso, visivamente raffinato e interpretato con sorprendente sensibilità. Non rappresenta il ritratto definitivo di Michael Jackson — probabilmente un obiettivo irraggiungibile — ma riesce comunque a offrire uno sguardo articolato e coinvolgente su una delle figure più complesse della cultura pop contemporanea.
Grazie alla regia controllata di Antoine Fuqua, alla performance intensa di Jaafar Jackson e a un comparto tecnico di alto livello, il film si distingue nel panorama dei biopic recenti. Rimane la sensazione che un approccio più coraggioso avrebbe potuto renderlo ancora più incisivo, ma ciò che emerge è comunque un racconto capace di bilanciare spettacolo e introspezione, lasciando allo spettatore non solo l’immagine di un’icona, ma anche quella di un uomo profondamente umano. E poi, senza fare spoiler, la Lionsgate ha comunicato che ci sarà anche una seconda parte perchè le cose da raccontare sono ancora tantissime. Detto ciò, godetevi le canzoni, ballate in sala e, una volta a casa, fateci sapere cosa ne pensate.
Il voto di Cinefily



