Diciamocelo chiaramente, nel panorama cinematografico contemporaneo capita spesso che opere modeste, talvolta persino mal riuscite, vengano elevate a fenomeni di culto per ragioni che poco hanno a che fare con la qualità artistica. È un meccanismo alimentato dai social, dal marketing aggressivo, dalla ricerca spasmodica di contenuti “virali” e dalla tendenza a trasformare qualsiasi prodotto in un evento. Una di Famiglia (The Housemaid), diretto da Paul Feig, basato sull'omonimo romanzo del 2022, di Freida McFadden e interpretato da Amanda Seyfried, Sydney Sweeney, Michele Morrone e Brendon Sklenar, rientra perfettamente in questa dinamica. Nonostante un cast di nomi noti e un regista con una carriera solida alle spalle, il film non riesce mai a trovare una sua identità, oscillando tra commedia surreale, thriller leggero e dramma familiare senza mai padroneggiare davvero nessuno di questi registri.
Il risultato è un’opera confusa, costruita su una sceneggiatura fragile (scritta da Rebecca Sonnenshine) e personaggi che sembrano più abbozzi che figure compiute. Eppure, complice un incasso che sfiora i 95 mila dollari e l’annuncio di un sequel, qualcuno ha iniziato a parlare di “cult”. Una definizione che, alla prova dei fatti, appare del tutto ingiustificata. Perché un cult non nasce da un algoritmo, né da un piano di marketing, né da un incasso sorprendente. Un cult nasce dal tempo, dalla capacità di un film di sedimentare nell’immaginario collettivo, di influenzare, di lasciare un segno. Una di Famiglia, al contrario, sembra destinato a essere ricordato più per le sue stranezze involontarie che per un reale valore artistico.
LA TRAMA
Un intreccio che si perde tra toni e intenzioni
Il film segue Millie Calloway (Sydney Sweeney), una giovane donna in grave difficoltà economica e personale. Dopo un passato complicato e la necessità urgente di ricostruire la propria vita, Millie riesce finalmente a ottenere un nuovo lavoro come domestica presso una famiglia estremamente benestante, i Winchester.
La casa è abitata da Nina Winchester (Amanda Seyfried), una donna elegante, fragile e imprevedibile, e da suo marito Andrew Winchester (Brandon Sklenar), un uomo affascinante ma distante. La coppia vive con la loro bambina, Cecilia. All’apparenza, la famiglia sembra perfetta, raffinata e generosa, ma Millie capisce presto che dietro la facciata si nascondono tensioni, segreti e comportamenti inquietanti.
Il lavoro, che inizialmente sembra un’occasione di rinascita, si trasforma gradualmente in un’esperienza destabilizzante. Millie nota dettagli strani nella casa, regole non dette, atteggiamenti contraddittori e un clima familiare che oscilla tra cordialità e ostilità. Più passa il tempo, più la giovane domestica si rende conto che i Winchester non sono affatto ciò che sembrano e che il loro passato potrebbe essere molto più oscuro del suo.
La storia si concentra quindi sul rapporto ambiguo tra Millie e Nina, sulle dinamiche di potere all’interno della casa e sulla crescente sensazione che la famiglia nasconda qualcosa di pericoloso. Il film costruisce la tensione attorno ai segreti dei Winchester e alle verità che Millie stessa ha taciuto pur di ottenere il lavoro.
INFO & CAST
Durata 131 min
Regia Paul Feig
Cast
Sydney Sweeney: Millie Calloway
Amanda Seyfried: Nina Winchester
Brandon Sklenar: Andrew Winchester
Michele Morrone: Enzo
Indiana Elle: Cecelia Winchester
LA RECENSIONE
Un film che non sa cosa vuole essere
Il primo grande problema della pellicola è la sua identità narrativa. Paul Feig, noto per commedie brillanti e ben calibrate, qui sembra smarrire completamente la bussola. Il film tenta di mescolare toni e generi, ma lo fa senza una direzione precisa. Le scene surreali (e credeteci, lo sono davvero!), che dovrebbero rappresentare un tratto distintivo, finiscono per apparire fuori luogo o disturbanti, inserite senza logica e senza un reale contributo alla trama. Non si tratta di surrealismo consapevole, ma di momenti che sembrano scritti per stupire a tutti i costi, senza che lo stupore abbia un senso.
La sceneggiatura, già debole nella struttura, si affida a svolte narrative poco credibili e a dialoghi che oscillano tra il banale e il forzato. Il ritmo è disomogeneo, con sequenze che si trascinano e altre che accelerano senza motivo. Il film sembra voler dire molte cose, ma finisce per non dirne nessuna davvero. E quando un’opera non riesce a comunicare un messaggio chiaro, né a intrattenere in modo coerente, difficilmente può aspirare a essere ricordata come qualcosa di più di un’occasione mancata.
Personaggi che non funzionano
Un altro elemento critico è la costruzione dei personaggi. Nonostante la presenza di attori capaci e molto diversi tra loro, nessuno riesce a emergere davvero. Amanda Seyfried e Sydney Sweeney, solitamente in grado di dare profondità anche ai ruoli più semplici, qui sembrano intrappolate in figure stereotipate, prive di evoluzione e di motivazioni solide. I belloni Michele Morrone e Brandon Sklenar, dal canto loro, interpretano personaggi che sembrano usciti da una prima bozza di sceneggiatura, senza sfumature né coerenza, con pochissime battute e pose più da pubblicità di profumi.
Il problema non è la recitazione, ma lo script. I personaggi non hanno un arco narrativo, non cambiano, non imparano, non sorprendono. Sono pedine che si muovono in una trama che non sa dove andare. E quando i personaggi non funzionano, il pubblico non riesce a empatizzare, a farsi coinvolgere, a ricordare. Un cult, al contrario, vive spesso proprio grazie ai suoi personaggi iconici. Qui, purtroppo, non ce n’è nemmeno uno.
L’illusione del successo: incassi modesti e sequel annunciato
Uno degli argomenti utilizzati da chi tenta di difendere Una di Famiglia è il fatto che il film abbia incassato più di 95 mila dollari e che sia già stato annunciato un sequel. Ma questi elementi, presi da soli, non significano nulla. Non è detto che chi paga il biglietto, alla fine, sia soddisfatto di quello che ha visto o che il film da almanacco del cinema. L’annuncio di un sequel, poi, non è necessariamente un riconoscimento di qualità: spesso è una scelta commerciale, un tentativo di sfruttare un cast noto o di recuperare un investimento.
Confondere questi aspetti con un reale valore artistico è un errore. Il cinema è pieno di film mediocri che hanno generato sequel, spin-off o addirittura saghe intere. Il mercato non premia sempre la qualità, e il pubblico non sempre sceglie in base al merito. Un cult non è un film brutto che diventa famoso e neanche un film confuso che genera meme. Un cult è un’opera che, pur magari partendo in sordina, riesce a conquistare un pubblico fedele, a influenzare la cultura pop, a diventare un riferimento.
La fama momentanea di Una di famiglia, alimentata più dal cast che dal contenuto, non basta a trasformarlo in qualcosa di più. E il rischio è che il sequel, invece di correggere il tiro, finisca per amplificare i difetti del primo capitolo, che è semplicemente un brutto film, e riconoscerlo non significa essere onesti.
Il voto di Cinefily



