Jafar Panahi, da anni simbolo della resistenza artistica contro la censura iraniana, torna con Un semplice incidente (titolo internazionale: It Was Just an Accident), realizzato ancora una volta senza autorizzazione ufficiale. Il film, co-prodotto da Iran, Francia e Lussemburgo, ha vinto la Palma d’Oro al Festival di Cannes 2025. Panahi continua a girare in clandestinità, trasformando ogni ostacolo in un atto di libertà espressiva. Questa pellicola è un documento per il futuro, come lui stesso ha dichiarato a Rolling Stone Italia. Noi l’abbiamo visto per voi e vi raccontiamo cosa ne pensiamo.
LA TRAMA
Il caso come detonatore
Tutto inizia con un incidente notturno: un’auto investe un cane su una strada buia. Rashid, il conducente, è con la moglie incinta e la figlioletta. Il danno al veicolo li costringe a fermarsi in un’officina. Lì lavora Vahid, un meccanico che crede di riconoscere nel cliente Eghbal, detto “Gamba di legno”, l’agente dei servizi segreti che lo aveva torturato anni prima durante la sua detenzione politica. Il suono della protesi metallica risveglia in lui un trauma mai sopito. Ma non avendolo mai visto in volto, Vahid cerca conferme, in bilico tra paranoia e verità.
INFO & CAST
Durata 102 min
Regia Jafar Panahi
Cast
Vahid Mobasseri: Vahid
Mariam Afshari: Shiva
Ebrahim Azizi: Eghbal
Hadis Pagbaten: Golrokh
Afssaneh Najmabadi: moglie di Eghbal
LA RECENSIONE
Vendetta, giustizia e memoria
Ve lo diciamo subito: Un semplice incidente è un capolavoro teso e profondo che trasforma un evento banale in una riflessione sconvolgente sulla memoria, la repressione e il destino. Palma d’Oro a Cannes meritatissima, la pellicola è decisamente una delle opere più potenti del regista iraniano. Panahi – autore anche della sceneggiatura – costruisce una tensione psicologica che si nutre di silenzi, sguardi e sospetti. Il film non è solo un thriller, ma anche una riflessione sulla giustizia impossibile, sulla vendetta come necessità morale e sulla memoria come ferita aperta. Vahid rappresenta l’Iran che non dimentica, che cerca risposte in un presente opaco. Il regista suggerisce che nulla accade per caso, come dice la moglie di Rashid: ogni evento è parte di una traiettoria invisibile, forse divina, forse storica, ma sempre dettata dal destino.
Lo stile essenziale e la potenza visiva
Noterete sicuramente anche voi che il film è secco, essenziale, teso come una corda. Panahi rinuncia a ogni orpello narrativo per concentrarsi sull’urgenza del racconto. La fotografia di Amin Jafari è cupa, il montaggio curato da Amir Etminan è nervoso e turbolento e il color grading che vira al grigio e al blu, contribuisce a creare un’atmosfera claustrofobica. Il regista usa il colore come racconto, come stato d’animo mentre l’assenza di musica amplifica il senso di minaccia. Ogni dettaglio visivo è carico di significato.
Un semplice incidente è anche una visione dell’Iran post-regime. Panahi immagina un Paese che affronta l’inimmaginabile: la fine della Repubblica Islamica. Il film è un atto d’accusa vibrante, ma anche una speranza. Nonostante il bando in patria, Panahi continua a raccontare il suo popolo, dando voce a chi non può parlare, e lo fa con una forza dirompente.
IN CONCLUSIONE
Con Un semplice incidente, Panahi firma innegabilmente uno dei suoi film più maturi e coraggiosi. È un’opera che parla al cuore e alla coscienza, che trasforma un “incidente” in una parabola universale. È cinema che resiste, che denuncia, che spera. Un film che non si dimentica. La pellicola rappresenterà la Francia agli Oscar, segno del riconoscimento internazionale della sua arte, e lì l’Academy dovrà fare una scelta veramente ardua perché, per noi, la concorrenza dev’essere veramente di grandissimo valore, altrimenti sarò schiacciata dal tornado Panahi.
Il voto di Cinefily



