I figli della scimmia, opera prima di Tommaso Landucci, co-scritta insieme a Damiano Femfert su un soggetto nato nel 2020 e già premiato con il prestigioso Premio Solinas nel 2021, vanta la partecipazione del maestro del cinema internazionale James Ivory in veste di produttore esecutivo. La pellicola ha ottenuto una consacrazione unanime alla 83ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, dove è stata presentata in concorso nella sezione Orizzonti. La giuria ne ha riconosciuto l'eccezionale rigore narrativo e l'intensità espressiva assegnandole due tra i riconoscimenti più importanti: il premio per la Miglior sceneggiatura e quello per la Miglior interpretazione maschile a Riccardo Scamarcio. Il film scava a fondo sul senso di colpa e sui desideri inespressi che attraversano i legami di parentela, affrontando con un pudore straziante il tabù e le contraddizioni insite nel mestiere di genitore di fronte alla disabilità. Noi l’abbiamo visto per voi e vi diciamo cosa ne pensiamo.
LA TRAMA
La vita di Dario tra devozione paterna e routine alienante
Dario (Riccardo Scamarcio) è un uomo visibilmente affaticato che dedica la propria esistenza alle cure quotidiane e all’assistenza continua di Erry (Andrea Aggio), il suo bambino affetto da disabilità. Tra devozione paterna e una routine domestica alienante e rigorosa, la vita di Dario subisce una svolta sottile quanto dirompente quando Giacomo (Tancredi Naldini), il giovane nipote adolescente e figlio di suo fratello Roberto (Fausto Russo Alesi), inizia a cercarlo con frequenza, manifestandogli una stima profonda e instaurando con lui un legame sempre più stretto e confidenziale. In quel ragazzo, Dario ritrova forse l’immagine esatta di quell’altro figlio — la proiezione ideale e attesa, col quale condividere la sua passione per il motocross. Il rapporto con il nipote si trasforma progressivamente in qualcosa di pericoloso, in cui la presenza di Dario diventa ingombrante e un tantino invadente. La sua strisciante preferenza affettiva e il rischioso accumulo di proiezioni e desideri repressi finiranno per incrinare irreparabilmente la sua tenuta psicologica, finendo per travolgere la stabilità dell’intera famiglia e mettendo a nudo l’irriducibile fragilità dei sentimenti umani.
INFO & CAST
Durata: 11o min
Regia: Tommaso Landucci
Cast:
Riccardo Scamarcio: Dario
Andrea Aggio: Enrico
Tancredi Naldini: Giacomo
Fausto Russo Alesi: Roberto
Lidiya Liberman: Ginevra
Cristina Odasso: Linda
Luigi Diberti: Enzo
LA RECENSIONE
Un'indagine sul tabù della paternità imperfetta
Va subito detto che la struttura del film, premiata a Venezia per la sua straordinaria precisione, trae la sua genesi concettuale da una riflessione profonda che lo stesso regista Tommaso Landucci ha raccontato così: “il titolo del film trae ispirazione da una fiaba di Esopo: la storia di una scimmia che aveva due cuccioli ma amava e nutriva soltanto il preferito, trascurando l’altro. A differenza della fiaba, però, qui si parla di un genitore chiamato a dividersi fra due figli: quello reale e quello ideale. C’è un tabù, un ‘impossibile da dire’, che mi ha affascinato perché riguarda l’esperienza più intima della genitorialità: nessun padre e nessuna madre desidera avere un figlio con una disabilità. Questo non mette in discussione l’amore che i genitori provano per i propri figli, ma parlando con alcuni di loro mi ha colpito scoprire che spesso, prima del dolore per la disabilità, arriva quello di una perdita: il lutto per ‘l’altro figlio’, quello immaginato e atteso, al quale devono dire addio prima ancora di averlo incontrato. Mi sono chiesto: cosa accade a un padre se poi quel figlio compare improvvisamente davanti a lui?”.
La sceneggiatura trasforma questa intuizione in una tragedia intima e moderna, evitando con inflessibile rigore la retorica del ricatto emotivo e la banalità del giudizio moralistico. Dario non viene mai dipinto come un uomo cattivo o un padre privo di amore, bensì come un individuo buono, sfiancato dal peso di una dedizione totale ma travolto dall’improvviso riaffiorare di un bisogno umano, egoistico e profondamente comprensibile. Il film ha il coraggio di esplorare quel territorio minato in cui la generosità coesiste con il rimpianto, dimostrando come l’amore genitoriale possa essere al contempo un atto di sacrificio assoluto e un terreno di dolorose proiezioni narcisistiche. In questo, Landucci e Scamarcio sono veramente bravi, anche se la prima mezz’oretta scorre alquanto lenta.
La regia essenziale tra verità documentaria e rigore formale
Landucci impone al racconto una regia essenziale, composta e rigorosamente priva di spettacolarizzazioni e orpelli. La camera si muove con discrezione assoluta tra i gesti quotidiani della cura, posandosi sui corpi stanchi, sui silenzi carichi di tensione e sulle atmosfere rarefatte dei paesaggi piemontesi girati tra la Val di Susa, i Laghi di Avigliana e il Canavese. La fotografia pulita e dai toni autunnali – curata da Guido Michelotti – privilegia inquadrature ampie e fisse, capaci di restituire un senso di claustrofobia emotiva sottile ma costante, dove gli ambienti domestici e le distese naturali sembrano farsi specchio dell’incomunicabilità tra i protagonisti. Il regista dimostra la maturità di saper lavorare sul non-detto, affidando ai tempi morti, alla scansione ritmica del montaggio di Andrea Maguolo e alla misura delle musiche di Michele Braga il compito di far emergere la frattura interiore di un nucleo familiare incapace di verbalizzare il proprio dolore.
L'interpretazione più intima e profonda di Riccardo Scamarcio
Incoronata a Venezia con il Premio Orizzonti alla Miglior interpretazione maschile, la prova di Riccardo Scamarcio (che figura sul progetto anche in veste di co-produttore con la sua Lebowski) si attesta indubbiamente come la più matura, complessa e trattenuta dell'intera sua carriera. L'attore rinuncia a qualsiasi tentazione di enfasi drammatica per costruire un personaggio lavorando unicamente di sottrazione, donando al suo Dario un'andatura pesante, una voce dimessa e uno sguardo costantemente segnato da una stanchezza ancestrale e da un senso di colpa paralizzante. Questa immedesimazione profonda è stata raccontata dallo stesso Scamarcio, che ha spiegato come "interpretare Dario sia stato un percorso umano e professionale molto complesso, perché significava dare corpo a un padre che ama immensamente suo figlio disabile, ma che al tempo stesso si ritrova a dover fare i conti con un rimpianto indicibile e profondamente umano. Insieme a Tommaso abbiamo cercato un registro estremamente asciutto e quotidiano, dove non servono grandi discorsi o urla: è un lavoro fatto di sguardi trattenuti, di gesti mancati e di piccoli cedimenti che fanno emergere tutta la fragilità e le contraddizioni dell'uomo prima ancora che del padre". La critica ha concordato nell'indicare questa performance come un punto di svolta assoluto nella filmografia dell'attore, trovando in lui una misura recitativa straordinaria e viscerale. Attorno a lui, un cast di altissimo livello — che include Fausto Russo Alesi nel ruolo del fratello e Lidiya Liberman — arricchisce il film di sfumature, permettendo al racconto di elevarsi a parabola universale sull'accettazione e sul dolore di dover dire addio ai propri desideri ideali per imparare ad amare la realtà. Bravi tutti.
Il voto di Cinefily



