Tre film presentati alla Mostra del Cinema di Venezia — Jupiter, Dau e Bunker — mettono a nudo la paranoia contemporanea per la catastrofe nucleare, la clausura psicologica e l’incertezza del domani, trasformando la laguna nel riflesso delle paure del nostro presente.
Il Festival di Venezia ha sempre svolto un ruolo che va ben oltre la semplice celebrazione estetica dell’arte visiva, configurandosi storicamente come un barometro spietato dello stato di salute emotivo e politico del nostro pianeta. L’edizione 83 vede emergere con prepotenza una cifra stilistica e tematica comune che unisce diverse opere in cartellone: l’ossessione per il bunker, la minaccia tangibile della catastrofe atomica e un’onnipresente ansia per il futuro. In un momento storico segnato dal riaffiorare di tensioni geopolitiche globali, dalla polarizzazione dei blocchi internazionali e dal costante rumore di fondo di una crisi sistemica, il grande schermo smette di offrire mere vie di fuga evasive per trasformarsi in uno specchio oscuro dei tempi. Tre opere in particolare — Jupiter, Dau e Bunker — incarnano perfettamente questa deriva stilistica e concettuale, affrontando da angolazioni divergenti ma complementari la paranoia della fine dei tempi e il terrore dell’annientamento.
Jupiter e la solitudine del potere di fronte all'ultimatum nucleare
Jupiter, diretto da Alexandre Smia, vede protagonista Denis Ménochet nei panni di un neo-eletto Presidente della Repubblica francese, affiancato nel cast da André Dussollier, Reda Kateb, Dominique Blanc, Ella Rumpf e Céline Sallette. Il film è un thriller politico claustrofobico che sintetizza la trama sulle drammatiche prime ore di insediamento del capo di Stato, costretto a gestire da solo un ultimatum atomico lanciato dalla Russia. Smia costruisce un racconto sincopato e teso, focalizzato interamente sul conto alla rovescia psicologico all’interno della stanza dei bottoni, dove la grandiosità istituzionale cede il passo all’impotenza del singolo individuo. Il regista ha spiegato così il cuore dell’opera: “Volevo mostrare non la forza del potere, ma la sua terrificante solitudine. Quando la diplomazia fallisce, la decisione finale ricade sulle spalle di un solo essere umano, schiacciato da un ingranaggio più grande di lui.“
Dau e la genesi totalitaria della paranoia scientifica
Di natura totalmente diversa è Dau, di Ilya Khrzhanovsky, con protagonista il direttore d’orchestra e attore Teodor Currentzis nel ruolo del fisico Lev Landau, affiancato da Radmila Shchegoleva. Il film snellisce il racconto storico concentrandosi sulle dinamiche interne ai laboratori segreti dell’URSS, dove la nascita della bomba atomica si intreccia con il totalitarismo scientifico del regime. Khrzhanovsky esplora l’intrusione del potere autoritario nella vita privata degli scienziati, mostrando come la corsa alla supremazia militare finisca per privare l’uomo della sua umanità e istituzionalizzare la paranoia. A proposito della pellicola, il regista ha detto: “Il nostro non è solo un film sulla bomba atomica, ma sulla bomba psicologica che il totalitarismo innesca nella mente umana. La paranoia dell’URSS continua a proiettare la sua ombra sul nostro presente.“
E intanto, l’Ucraina vuole bloccare il film e, quindi, impedirne la proiezione a Venezia 83 asserendo che si tratta di propaganda a favore di Putin.
Bunker e la claustrofobia dell'isolamento come risposta al terrore
La triade sul tema si completa con Bunker, diretto da Florian Zeller e interpretato dai premi Oscar Penélope Cruz, Javier Bardem e Stephen Graham, Paul Dano, Patrick Schwarzenegger. La storia è quella di un architetto che riceve l’incarico di progettare un lussuoso rifugio per un miliardario in vista di una possibile apocalisse mette in crisi il suo matrimonio di lunga data e i suoi valori etici. Il film esplora le dinamiche di coppia, l’egoismo sociale e le paure globali che si insinuano nella vita privata, mostrando la crepa nella relazione causata da questa ambigua scelta lavorativa. Il regista Florian Zeller ha commentato: “Il bunker è la metafora perfetta della nostra epoca: per la paura di ciò che c’è fuori, finiamo per costruirci una prigione interiore. Volevo indagare il momento preciso in cui la ricerca di protezione si trasforma in auto-distruzione.“



