Nel 2022, quando Kane Parsons pubblicò su YouTube il primo episodio della sua serie dedicata alle Backrooms, pochi avrebbero immaginato che quel progetto realizzato da un adolescente sarebbe diventato uno dei fenomeni horror più influenti di questi anni. Nato da una semplice immagine virale condivisa online e trasformato nel tempo in una delle creepypasta più celebri della cultura digitale, il mito delle Backrooms è riuscito a incarnare una forma di paura profondamente moderna: l'angoscia degli spazi vuoti, labirintici, impersonali e apparentemente infiniti.
A differenza dei classici racconti horror, le Backrooms non si fondano sulla presenza di un mostro ben definito. Il vero terrore nasce dalla sensazione di trovarsi intrappolati in un luogo che sembra esistere fuori dalle leggi della realtà, un labirinto senza uscita fatto di corridoi giallastri, luci fluorescenti incessanti e stanze che si susseguono all'infinito. È una paura esistenziale, quasi astratta, che negli anni ha conquistato milioni di utenti online e generato una quantità enorme di video, teorie e contenuti creati dai fan.
Con Backrooms, Parsons affronta una sfida che sembrava impossibile: trasformare un concetto costruito sull'ambiguità e sull'immaginazione collettiva in un vero lungometraggio cinematografico. Il rischio era elevatissimo. Molti adattamenti di opere nate sul web hanno infatti fallito proprio nel tentativo di spiegare troppo ciò che funzionava grazie al mistero. Le Backrooms, per loro natura, non sono mai state un luogo da comprendere completamente, ma un'esperienza da vivere. Il risultato è invece uno dei film horror più sorprendenti del 2026 e noi l’abbiamo visto per voi.

LA TRAMA

Una dimensione sconosciuta e labirintica

La storia segue Clark (Chiwetel Ejiofor), un proprietario di un negozio di mobili. L’uomo sta attraversando un periodo difficile della propria vita quando scopre una misteriosa apertura nel seminterrato del suo showroom. Attratto da quella presenza inspiegabile, decide di oltrepassarla e si ritrova improvvisamente all’interno delle Backrooms, una dimensione sconosciuta composta da un numero apparentemente infinito di stanze e corridoi che sfidano ogni logica architettonica.

Dopo la sua scomparsa, la terapeuta Mary Kline (Renate Reinsve), inizia a indagare e finisce per attraversare a sua volta il confine che separa il mondo reale da questa inquietante realtà parallela. Nel tentativo di ritrovare Clark e trovare una via di fuga, Mary dovrà confrontarsi non soltanto con le minacce nascoste all’interno delle Backrooms, ma anche con i propri traumi e le proprie paure più profonde.

Man mano che la vicenda procede, il film amplia la mitologia dell’universo creato da Parsons senza rinunciare all’ambiguità che ne costituisce il fascino principale. Le Backrooms diventano così un luogo sospeso tra dimensione fisica e manifestazione psicologica, tra realtà alternativa e incubo esistenziale.

INFO & CAST
Anno: 2026
Durata: 110 min
Regia: Kane Parsons

Cast:
Chiwetel Ejiofor: Clark
Renate Reinsve: Mary Kline
Mark Duplass: Phil
Finn Bennett: Bobby
Lukita Maxwell: Kat
Avan Jogia: Naren Warne

LA RECENSIONE

La regia assurda di Kane Parsons

L’aspetto più impressionante dell’intero film è probabilmente la regia di Kane Parsons. Pur trattandosi del suo debutto cinematografico, il giovane autore dimostra una padronanza del linguaggio visivo sorprendente. La sua esperienza maturata nella webserie emerge chiaramente in ogni sequenza, ma qui viene amplificata da mezzi produttivi molto più importanti.

Parsons comprende perfettamente che il vero orrore delle Backrooms non deriva dalla presenza di creature mostruose, ma dall’architettura stessa. I corridoi infiniti, le stanze prive di identità e gli spazi impossibili diventano strumenti narrativi capaci di generare un disagio costante. Ogni scelta registica è orientata a trasmettere smarrimento, isolamento e senso di oppressione.

La sua capacità di trasformare luoghi apparentemente ordinari in scenari terrificanti rappresenta uno dei principali punti di forza dell’opera. Il film evita i cliché dell’horror contemporaneo e preferisce costruire la tensione lentamente, lasciando che sia l’ambiente a terrorizzare lo spettatore. Dimenticate, quindi, gli horror tradizionali perché Backrooms scardina tutto, facendovi uscire dalla sala stupefatti e increduli.

Il terrore attraverso l'immagine

La fotografia di Jeremy Cox è uno degli aspetti più straordinari dell’intera produzione. Il film utilizza una palette cromatica dominata da tonalità giallastre, verdi sbiaditi e luci artificiali che contribuiscono a creare un’atmosfera costantemente disturbante. Ogni inquadratura sembra studiata per generare disorientamento. I lunghi corridoi vengono ripresi attraverso prospettive che ne amplificano l’estensione infinita, mentre la macchina da presa accompagna i personaggi con movimenti lenti e ipnotici. Lo spettatore percepisce continuamente la sensazione di trovarsi in un luogo che sfugge alle normali regole dello spazio. La fotografia diventa parte integrante della narrazione. Le immagini raccontano il progressivo deterioramento psicologico dei personaggi e contribuiscono a trasformare le Backrooms in una presenza quasi viva.

Ovviamente, le scenografie di Danny Vermette sono, probabilmente, l’elemento più iconico del film. Gli ambienti costruiti per rappresentare le Backrooms sono impressionanti per scala, dettaglio e coerenza visiva. Ogni stanza appare familiare e allo stesso tempo profondamente sbagliata. Uffici deserti, sale conferenze abbandonate, corridoi privi di finestre e ambienti domestici deformati si susseguono senza soluzione di continuità. Il risultato è un mondo che sembra generato da una logica aliena ma che continua a evocare elementi riconoscibili della nostra realtà. La sensazione di trovarsi all’interno di un gigantesco labirinto infinito accompagna costantemente lo spettatore e costituisce uno dei maggiori successi dell’intera produzione.

Uno degli aspetti più intelligenti del film riguarda il modo in cui viene utilizzata l’illuminazione. Contrariamente a quanto accade nella maggior parte degli horror, le Backrooms non sono immerse nell’oscurità. Al contrario, sono illuminate da una quantità quasi insopportabile di luce artificiale. I neon fluorescenti presenti ovunque producono un’illuminazione fredda e sterile che contribuisce a generare disagio psicologico. L’assenza totale di luce naturale rende questi ambienti ancora più inquietanti e alienanti. Il continuo ronzio elettrico dei neon diventa parte integrante dell’esperienza sensoriale del film e contribuisce a creare una tensione costante anche nei momenti apparentemente più tranquilli.

Un cast al top

Backrooms è il classico film che, senza attori bravissimi, sarebbe stato praticamente distrutto. Chiwetel Ejiofor, invece, offre una performance intensa e profondamente umana. Il suo Clark è un uomo segnato dalla solitudine e dal fallimento, e l’attore riesce a trasmettere ogni sfumatura della sua fragilità emotiva. Altrettanto convincente è Renate Reinsve, che conferisce al personaggio di Mary una notevole profondità psicologica. L’attrice costruisce una protagonista complessa, credibile e coinvolgente, capace di sostenere il peso emotivo della narrazione. Anche Mark Duplass, Finn Bennett, Lukita Maxwell e Avan Jogia offrono contributi solidi e funzionali, mai banali o in ombra, contribuendo ad arricchire un universo narrativo che avrebbe potuto facilmente risultare troppo astratto.

La colonna sonora e le frequenze elettroniche

Edo Van Breemen e Kane Parsons hanno curato le musiche con una cura maniacale. La componente sonora svolge un ruolo fondamentale nell'efficacia dell'opera. Le musiche evitano qualsiasi approccio melodico tradizionale e si concentrano invece sulla creazione di atmosfere disturbanti e opprimenti. Rumori ambientali, frequenze elettroniche, droni sonori e lunghi silenzi vengono utilizzati per aumentare il senso di inquietudine. In molti momenti il suono sembra provenire direttamente dalle pareti delle Backrooms, contribuendo a rendere l'ambiente stesso una presenza minacciosa. Il risultato è una colonna sonora che non accompagna semplicemente le immagini, ma diventa una parte essenziale dell'esperienza horror.
Che dire, considerando tutti questi elementi non possiamo non essere convinti del fatto che Backrooms sia veramente uno dei fenomeni degli ultimi anni e online girano già voci di un potenziale sequel. Un consiglio: non rovinatevi la sorpresa leggendo magari spoiler e info sul finale ma, anzi, godetevi la pellicola in sala e poi, semmai, fatevi una vostra idea!

Il voto di Cinefily

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