Finalmente Guy Ritchie - dopo anni trascorsi a oscillare tra blockbuster, action ad alto budget e ritorni al crime britannico che lo aveva reso celebre - realizza con In the Grey uno dei film più cupi e controllati della sua carriera recente. Lontano dall’ironia caotica di Snatch o dall’estetica fumettistica di The Gentlemen, il regista sceglie qui un approccio molto più asciutto e pessimista, costruendo un thriller d’azione che guarda chiaramente al cinema di spionaggio moderno e ai racconti militari contemporanei.
Il film sembra nascere dall’esigenza di riportare il genere action su un terreno più fisico e concreto, evitando l’eccesso digitale e la spettacolarizzazione esasperata che caratterizzano molta produzione hollywoodiana recente. In In the Grey ogni sparatoria è breve, sporca e improvvisa; ogni decisione pesa sui personaggi; ogni alleanza appare temporanea. Ritchie non vuole intrattenere soltanto attraverso il ritmo: vuole creare tensione morale.
Il titolo stesso diventa una dichiarazione programmatica. La “zona grigia” non è solo quella geopolitica delle operazioni clandestine, ma soprattutto quella etica. Il film racconta uomini e donne che agiscono fuori dalla legge, ma spesso anche fuori da qualsiasi principio morale stabile. Nessuno è completamente innocente, nessuno è davvero eroico, e il confine tra missione e sopravvivenza personale si fa sempre più sfumato. Noi l’abbiamo visto per voi e vi diciamo cosa ne pensiamo.
LA TRAMA
Mercenari, intelligence e doppi giochi
Il film segue una squadra segreta di agenti d’élite che opera nell’ombra, muovendosi con disinvoltura nella “zona grigia” tra potere, denaro e violenza. Abituati a missioni estreme e a scenari fuori controllo, sono abili nel manipolare gli equilibri geopolitici.
INFO & CAST
Durata: 97 min
Regia: Guy Ritchie
Cast:
Henry Cavill: Sid
Jake Gyllenhaal: Bronco Beauregard
Eiza González: Rachel Wild
Kristofer Hivju: Axel Oloffson
Fisher Stevens: Mr. Horowitz, Salazar’s lawyer
Rosamund Pike: Bobby Sheen
Emmett J. Scanlan: Mick Dunne
Kojo Attah: Andre Baker
Jason Wong: Gucci
Christian Ochoa Lavernia: Jonathan Moreno
Carlos Bardem: Manny Salazar
LA RECENSIONE
Guy Ritchie cambia pelle: dal caos stilizzato al realismo sporco
L’aspetto più sorprendente di In the Grey è probabilmente il modo in cui Ritchie ridimensiona volontariamente il proprio stile classico. Chi si aspetta i dialoghi ipercinetici, il montaggio frammentato e l’umorismo nero di film come Snatch o Lock, potrebbe rimanere spiazzato. Qui il regista sembra invece guardare a un cinema molto più vicino a Sicario o Zero Dark Thirty. L’azione è secca, quasi documentaristica, e la tensione nasce soprattutto dall’attesa e dall’incertezza. Anche la fotografia abbandona i colori saturi tipici di molto cinema action contemporaneo, preferendo tonalità fredde, metalliche e desaturate.
Eppure, sotto questa nuova pelle stilistica, il cinema di Ritchie rimane riconoscibile. Ci sono ancora uomini che parlano poco ma osservano tutto; ci sono organizzazioni criminali costruite come reti di potere invisibili; ci sono personaggi che sopravvivono grazie all’intelligenza più che alla forza. La differenza è che il regista rinuncia quasi del tutto alla componente giocosa e caricaturale.
Rispetto a The Covenant — altro film recente di Ritchie ambientato in contesti militari — In the Grey appare ancora più pessimista e meno emotivamente conciliatorio. Se The Covenant costruiva un rapporto umano forte e quasi classico tra i protagonisti, qui domina invece il sospetto reciproco. Nessuno sembra davvero disposto a sacrificarsi per gli altri senza secondi fini.
Henry Cavill e Jake Gyllenhaal, due modi opposti di interpretare il trauma
Il film regge soprattutto grazie alla forza dei suoi interpreti principali. Henry Cavill offre una performance sorprendentemente trattenuta. Il suo Sid non è l’eroe invincibile tipico di molti action moderni, ma un uomo esausto, che porta addosso il peso di anni trascorsi a eseguire ordini moralmente discutibili. Cavill – di una bellezza ancora più sfolgorante – lavora molto sulla fisicità silenziosa: sguardi, pause, movimenti controllati. È probabilmente una delle interpretazioni più mature della sua carriera.
Jake Gyllenhaal è Bronco e rappresenta invece il lato più instabile e imprevedibile del racconto. La sua interpretazione è nervosa, inquieta, quasi continuamente sul punto di esplodere. Gyllenhaal riesce a rendere il personaggio ambiguo fino all’ultimo: alleato, manipolatore o vittima del sistema? Il film gioca continuamente su questa incertezza, anche con ironia tagliente (che amiamo infintitamente). La chimica tra i due funziona perché i personaggi incarnano due modi opposti di reagire al trauma della violenza: uno si chiude nel controllo assoluto, l’altro scivola progressivamente verso la paranoia.
La sensualità e il magnetismo di Eiza Gonzalez nel ruolo della cazzuta Rachel, poi, alza l’asticella dell’azione e dell’imprevedibilità, rendendo il tutto ancora più gradevole.
L’azione è fisica, breve e brutale
Uno degli elementi migliori del film è la gestione delle scene action. Ritchie evita quasi completamente l’estetica supereroistica e costruisce combattimenti credibili, rapidi e violenti. Le sparatorie non sono mai “coreografate” nel senso spettacolare del termine: sembrano invece operazioni militari vere, dominate dalla confusione e dalla paura. Anche il sonoro contribuisce molto all’impatto realistico del film, con spari secchi, ambienti rumorosi e momenti improvvisi di silenzio assoluto. In questo senso, In the Grey si avvicina più al cinema di Michael Mann che al tipico action hollywoodiano contemporaneo. Alcune sequenze notturne ricordano chiaramente l’approccio urbano e realistico di Heat, soprattutto nella gestione dello spazio e nella tensione costruita attraverso i dettagli operativi.
Sotto la superficie action, il film parla soprattutto di potere. Non esistono governi “buoni”, né organizzazioni realmente trasparenti. Tutto ruota attorno a interessi economici, controllo delle informazioni e manipolazione geopolitica. Ritchie costruisce un mondo in cui la guerra non viene più combattuta apertamente, ma attraverso contractor privati, operazioni segrete e uomini sacrificabili. È un universo profondamente cinico, dove perfino la verità sembra diventare una merce negoziabile. Questo approccio rende In the Grey uno dei film più politici del regista, pur senza trasformarlo mai in un’opera apertamente ideologica. La politica rimane sempre sullo sfondo, ma influenza ogni scelta dei personaggi.
Il film rinuncia volutamente all’intrattenimento leggero per costruire un’esperienza più tesa, malinconica e ambigua. Ritchie dimostra di poter evolvere il proprio cinema senza perdere completamente la sua impronta autoriale. In the Grey è un thriller che parla di uomini consumati dalla violenza, incapaci di distinguere davvero amici e nemici, intrappolati in un sistema che trasforma ogni missione in un compromesso morale.
Il voto di Cinefily



