L’assenza di film italiani alla kermesse francese non è solo una coincidenza, ma un segnale che invita a interrogarsi sullo stato attuale del nostro cinema. In un contesto internazionale sempre più competitivo e innovativo, questa mancanza solleva domande su produzione, visione artistica e capacità di rappresentare storie capaci di parlare al mondo.

Beh, ne abbiamo sentite i colori, alcune giuste e altre sbagliatissime. L’assenza dell’Italia al prossimo Festival di Cannes (almeno per il momento) pesa moltissimo ed è un segnale che, però, merita una riflessione profonda. E’ vero che, negli ultimi anni, il rapporto tra il cinema italiano e i grandi palcoscenici internazionali si è fatto sempre più fragile e oggi, di fronte all’esclusione totale dalla kermesse francese, non si può più parlare di coincidenze o di semplici scelte artistiche. Cannes, come anche tutti gli altri Festival in giro per il mondo, non è soltanto una passerella di celebrità o un evento mondano, ma il luogo dove si costruisce il canone contemporaneo del cinema mondiale, dove emergono nuove voci e si consacrano autori. Essere assenti significa, simbolicamente, non esistere.

E’ un vuoto che stride violentemente con una tradizione che ha visto protagonisti assoluti come Federico Fellini, Michelangelo Antonioni e Luchino Visconti, ma anche, più recentemente, autori capaci di imporsi sulla scena internazionale come Nanni Moretti, Palma d’Oro con La stanza del figlio, o Matteo Garrone con Gomorra e Dogman. Oggi quella continuità sembra spezzata. Ma perché?

Un’assenza che grida più di mille inutili polemiche

Quando un paese come l’Italia sparisce completamente da un evento di tale portata, non si tratta di sfortuna o di una semplice annata debole. È una bocciatura implicita, severa, che riguarda la direzione complessiva del nostro cinema. Non basta più appellarsi al “gusto dei selezionatori” ma bisogna ammettere che i nostri film, troppo spesso, non sono percepiti come indispensabili.

Negli ultimi anni si è assistito a una progressiva normalizzazione del linguaggio cinematografico italiano. Il cuore del problema resta il sistema produttivo italiano, che appare chiuso, conservatore e poco incline al rischio. Si continua a investire su formule già testate, su nomi consolidati, su prodotti che garantiscano una resa immediata, spesso televisiva o pensata già per le piattaforme.

Eppure, segnali diversi esistono. Alice Rohrwacher ha costruito un percorso coerente e riconosciuto a livello internazionale con film come Lazzaro felice e La chimera, mentre Pietro Marcello ha firmato opere come Martin Eden, apprezzate nei festival. Anche Jonas Carpignano con A Chiara ha dimostrato una forte sensibilità contemporanea. Tuttavia, questi autori restano isolati, non sostenuti da un sistema che sappia trasformare casi singoli in una vera ondata culturale.

L’autocompiacimento e l’illusione del successo interno

Uno dei mali più subdoli è l’autocompiacimento. Il cinema italiano continua a produrre successi interni, ma spesso si tratta di film che non hanno alcuna risonanza internazionale. È il caso di fenomeni come Quo Vado? o Buen Camino con Checco Zalone mentre C’è ancora domani, di Paola Cortellesi, è stato visto da milioni di spettatori proprio in Francia e ha acceso il dibattito anche all’estero.

Allo stesso modo, film più ambiziosi come Io capitano, di Matteo Garrone o Il sol dell’avvenire, di Nanni Moretti dimostrano che un cinema capace di dialogare con il mondo esiste ancora, ma non riesce a imporsi con continuità né a creare una tendenza riconoscibile. E’ tempo, quindi, di realizzare opere che siano veramente capaci di competere con le opere internazionali (vedi Sorrentino) e non pensare solamente al botteghino interno perché, a lungo termine, è totalmente inutile.

Una crisi culturale prima ancora che cinematografica

La verità più difficile da accettare è che questa assenza riflette una crisi più ampia. Il cinema è sempre stato lo specchio della società, e oggi l’Italia appare meno vitale, meno conflittuale, meno disposta a mettersi in discussione.

Se pensiamo al passato, il neorealismo di Roberto Rossellini con Roma città aperta o di Vittorio De Sica con Ladri di biciclette nasceva da una necessità storica e morale. Più tardi, anche autori come Bernardo Bertolucci con Ultimo tango a Parigi o Novecento portavano il cinema italiano al centro del dibattito globale.

Oggi, invece, raramente i film italiani affrontano il presente con la stessa radicalità. Poche opere osano davvero sul piano politico o formale. E senza quella tensione, senza quella necessità, il cinema perde peso, diventa decorativo, intercambiabile, un mero esercizio economico teso solamente ad incassare il più possibile.

Ripartire o scomparire

L’assenza italiana da Cannes dovrebbe essere letta come uno shock salutare, non come un torto subito. È un segnale fortissimo che indica la necessità di cambiare rotta, prima che sia troppo tardi.

Serve un investimento reale sui nuovi autori, ma anche una rivoluzione culturale più ampia. Bisogna sostenere chi sperimenta, chi rompe le regole, chi prova a raccontare l’Italia in modo non convenzionale. Bisogna creare le condizioni perché emergano nuovi Matteo Garrone, nuovi Alice Rohrwacher, nuovi sguardi capaci di dialogare con il mondo.

Perché l’Italia non è una cinematografia marginale: è una delle grandi tradizioni del cinema mondiale. E proprio per questo, vederla oggi esclusa, invisibile, ignorata in un contesto come Cannes non è solo deludente. È qualcosa che dovrebbe provocare una reazione forte. Non nostalgica, ma concreta, non difensiva, ma coraggiosa.

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