Con La grazia, presentato alla 82ª Mostra del Cinema di Venezia e accolto con entusiasmo dalla critica, Paolo Sorrentino torna a esplorare il rapporto tra individuo e istituzioni, tra intimità e responsabilità pubblica. Dopo aver raccontato Napoli, la memoria e il desiderio in È stata la mano di Dio e Parthenope, il regista si sposta nelle stanze ovattate del Quirinale per seguire gli ultimi mesi di mandato del Presidente della Repubblica Mariano De Santis, interpretato da un Toni Servillo in stato di grazia. La pellicola uscirà il 15 gennaio 2026, ma noi l’abbiamo vista per voi in anteprima e vi diciamo subito cosa ne pensiamo.

LA TRAMA

Il semestre bianco di Mariano De Santis

Mariano De Santis (Toni Servillo), è un Presidente della Repubblica alla fine del suo mandato. Vedovo, cattolico, uomo di rigore e di malinconia, vive il suo “semestre bianco” come un tempo sospeso, in cui non può più sciogliere le Camere e in cui ogni gesto assume un peso simbolico maggiore del solito. Accanto a lui c’è la figlia Dorotea (Anna Ferzetti), giurista brillante, che rappresenta la sua ancora emotiva e razionale. Il loro rapporto è fatto di affetto trattenuto, di dialoghi misurati, di un amore che si manifesta più nei silenzi che nelle parole. Il film segue De Santis mentre affronta una serie di decisioni delicate: la concessione o meno della grazia a un detenuto, Ugo Romani (Massimo Venturiello), condannato per un caso controverso; se promulgare o meno la legge sull’eutanasia; la gestione di un caso di corruzione che coinvolge figure vicine al potere; il rapporto complesso con il colonnello Massimo Labaro (Orlando Cinque), uomo delle istituzioni che incarna la tensione tra fedeltà e ambizione. Parallelamente, Sorrentino mostra la vita privata del Presidente: le visite alla tomba della moglie, i momenti di solitudine nelle stanze del Quirinale, i dubbi che lo tormentano. La domanda che attraversa tutto il film – “Di chi sono i nostri giorni?” – diventa il filo rosso che lega pubblico e privato, politica e spiritualità.

INFO & CAST
Anno 2025
Durata 133 min
Regia Luca Sorrentino

Cast
Toni Servillo: Il Presidente Mariano De Santis
Anna Ferzetti: Dorotea
Orlando Cinque: Colonnello Massimo Labaro
Massimo Venturiello: Ugo Romani
Milvia Marigliano: Coco Valori

LA RECENSIONE

La grazia è un’opera sul dubbio, sulla responsabilità morale e sull’amore come forza che orienta e disorienta, come dichiarato dallo stesso Sorrentino. È anche un film che interroga il potere, non nella sua dimensione spettacolare, ma nella sua solitudine. La pellicola si muove su un terreno che Paolo Sorrentino conosce intimamente: quello in cui il potere istituzionale incontra la fragilità umana. Il Presidente De Santis attraversa il suo ultimo semestre non come un trionfo finale, ma come un lento scivolare verso una zona d’ombra in cui ogni certezza s’incrina spaventosamente. Il potere, che per anni gli ha dato un ruolo, una voce, ora sembra restituirgli solo silenzio. È in questo vuoto che si insinua il tema centrale del film: il perdono. Non si tratta di un perdono astratto o teologico, ma un perdono che ha un volto, una storia, una colpa che non si lascia dimenticare. La richiesta di grazia del detenuto Romani diventa così un detonatore emotivo: un atto che costringe De Santis a interrogarsi non solo sulla giustizia, ma sulla propria capacità di guardare negli occhi il dolore altrui senza fuggire.

Sorrentino costruisce attorno a questo conflitto una riflessione più ampia sulla solitudine del potere. Il Presidente è circondato da collaboratori, protocolli, rituali, ma nessuno di questi elementi riesce davvero a colmare il vuoto lasciato dalla moglie scomparsa. La sua presenza aleggia in ogni gesto quotidiano, come un richiamo costante a un passato in cui la grazia — intesa come amore, come tenerezza, come perdono reciproco — era una realtà tangibile. Ora, invece, De Santis si trova a dover decidere se concedere a un estraneo ciò che forse non ha mai concesso a sé stesso: la possibilità di essere imperfetto e tuttavia degno di compassione.

Toni Servillo: un Presidente fragile e monumentale e pilastro di un cast fenomenale

Toni Servillo, premiato con la Coppa Volpi a Venezia per questa interpretazione, offre una delle sue prove più intense e misurate. Il suo Mariano De Santis è un uomo che porta sulle spalle il peso della Repubblica e quello della propria vita privata. Servillo lavora di sottrazione: sguardi bassi, pause, un tono di voce che sembra sempre sul punto di spezzarsi. La sua performance è costruita su una fragilità che non scivola mai nel patetico. È un Presidente che non ha certezze, che cerca la grazia non solo per gli altri ma per sé stesso. Servillo riesce a rendere credibile ogni sfumatura, trasformando un ruolo istituzionale in un ritratto profondamente umano.

Attorno a lui si muovono figure che incarnano diverse declinazioni del potere e della responsabilità. Anna Ferzetti interpreta Dorotea, la figlia del Presidente, con una delicatezza che bilancia la gravitas del protagonista. E’ una figura complessa, che non è mai solo “la figlia di”, ma una donna autonoma, con un proprio sguardo sul mondo e sul potere, rappresenta la dimensione affettiva e razionale insieme: è la memoria viva della famiglia, ma anche la voce che ricorda al Presidente che la legge non è solo un insieme di articoli, bensì un patto morale con la società. La chimica con Servillo è palpabile: i loro dialoghi, spesso brevi, sono carichi di sottotesti. Ferzetti riesce a dare al film un contrappunto emotivo essenziale. Orlando Cinque, nei panni del colonnello Massimo Labaro, è figura chiave nella macchina istituzionale che circonda il Presidente. La sua performance è asciutta, precisa, costruita su una tensione costante. Labaro è un uomo che conosce i meccanismi del potere e che vive il proprio ruolo come una missione, ma anche come una possibilità di avanzamento. Massimo Venturiello è Ugo Romani, il detenuto al centro della questione morale del film. La sua prova è intensa, dolorosa, costruita su un realismo che contrasta con l’eleganza formale del mondo quirinalizio. Venturiello dà al personaggio una dignità profonda, evitando ogni stereotipo. Romani diventa lo specchio in cui il Presidente vede riflessi i propri limiti e le proprie paure.

Un film elegante, intimo, politico senza essere didascalico

La grazia è uno dei film più maturi di Paolo Sorrentino: elegante, intimo, politico senza essere didascalico. È un’opera che parla del potere come responsabilità e come solitudine, dell’amore come forza che orienta le scelte, del dubbio come condizione inevitabile dell’essere umano. Senza mai dichiararlo apertamente, insinua che la grazia non è un atto di clemenza, ma un atto di coraggio: la capacità di guardare la verità — anche quella più scomoda — e di accettare che il perdono, quando arriva, non è mai un gesto unilaterale, ma un incontro fragile tra due vulnerabilità. Le interpretazioni dei protagonisti costruiscono un mosaico umano complesso e commovente e, naturalmente, il regista napoletano non dimentica nessun dettaglio sul lato tecnico. La fotografia di Daria D’Antonio, è uno dei cardini estetici del film, un universo visivo fatto di chiaroscuri controllatissimi, in cui la luce diventa un’estensione emotiva del Presidente De Santis. Le sale del Quirinale, spesso percepite come luoghi di potere e monumentalità, vengono trasformate in spazi interiori, quasi sacri. La luce naturale filtra come un giudizio sospeso, mentre le ombre avvolgono il protagonista nei momenti di maggiore incertezza morale. È una fotografia che non cerca mai l’effetto, ma la verità emotiva: ogni inquadratura sembra chiedere al personaggio — e allo spettatore — di fermarsi e ascoltare ciò che non viene detto. Il montaggio è affidato a Cristiano Travaglioli, storico collaboratore di Sorrentino. E’ stato capace di costruire un ritmo sospeso, contemplativo, che rispecchia perfettamente il tormento interiore del Presidente. Quando la tensione morale cresce — soprattutto nelle sequenze legate alla richiesta di grazia — il montaggio si fa più serrato, ma senza mai tradire la sua natura meditativa. La colonna sonora è composta da Lele Marchitelli, che accompagna il film con una delicatezza quasi invisibile. Le sue musiche non invadono mai la scena: emergono come un respiro, un contrappunto emotivo che amplifica la solitudine del protagonista. Marchitelli lavora per sottrazione, scegliendo timbri essenziali, linee melodiche che sembrano nascere dal silenzio stesso del Quirinale. In alcuni momenti, la musica si ritira completamente, lasciando spazio a un vuoto sonoro che pesa più di qualsiasi orchestrazione. Quando invece interviene, lo fa con una grazia che rispecchia il titolo del film: un tocco lieve, ma capace di incidere profondamente.

Il voto di Cinefily

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