Tron: Ares, diretto da Joachim Rønning, è il terzo capitolo dell’iconica saga digitale targata Disney. Prodotto da Walt Disney Pictures e TSG Entertainment, sarà distribuito in Italia a partire da oggi, 9 ottobre. Ambientato tra il mondo virtuale e quello reale, Tron: Ares espande l’universo narrativo della serie introducendo nuove riflessioni sull’intelligenza artificiale, la coscienza e il controllo umano. Noi di Cinefily l’abbiamo visto per voi e adesso vi diciamo cosa ne pensiamo.
LA TRAMA
Ares, l’entità digitale inviata in missione nel mondo reale
Ares (Jared Leto) è un programma altamente sofisticato, creato da Julian Dillinger (Evan Peters) come parte di un sistema di sicurezza informatico. Per la prima volta nella saga, un’entità digitale viene inviata nel mondo reale per una missione pericolosa: stabilire un contatto diretto tra l’umanità e l’intelligenza artificiale. Durante il suo viaggio, Ares entra in contatto con Eve Kim (Greta Lee), CEO di ENCOM e programmatrice alla ricerca del leggendario “Codice di Permanenza” lasciato da Kevin Flynn (Jeff Bridges). Mentre le barriere tra digitale e umano si dissolvono, Ares inizia a sviluppare una coscienza propria, mettendo in discussione il suo ruolo e la sua natura. Il film alterna sequenze visivamente spettacolari a momenti di introspezione, in un racconto che esplora il futuro della tecnologia e dell’identità.
INFO & CAST
Durata 119 min
Regia Joachim Ronning
Cast
Jared Leto: Ares
Greta Lee: Eve Kim
Evan Peters: Julian Dillinger
Jodie Turner-Smith: Athena
Jeff Bridges: Kevin Flynn
LA RECENSIONE
Quando il digitale invade il reale
Diciamolo subito: Tron: Ares è un viaggio visivo e filosofico che espande l’universo digitale della saga, ma non sempre riesce a coinvolgere emotivamente, come accade del resto con i capitoli precedenti. Joachim Rønning, stavolta, ribalta l’asse narrativo della saga: non è più l’umano a essere risucchiato nel mondo digitale, ma è il digitale a debordare nel mondo fisico. Il fulcro è il “laser generativo”, una tecnologia capace di materializzare oggetti e corpi dal codice, ma con una durata limitata a 29 minuti. Questo limite temporale diventa la nuova ossessione. La “permanenza” è la chiave matematica che tutti inseguono, metafora potente di ciò che merita di esistere nel tempo.
Intelligenza artificiale e dilemmi morali
Senza spoilerare troppo, possiamo dirvi che il film si muove tra due visioni opposte: Eve Kim (Greta Lee), CEO idealista della ENCOM, sogna di usare la tecnologia per rigenerare la Terra; Julian Dillinger (Evan Peters), erede spregiudicato, vuole trasformarla in arma. Al centro, Ares (Jared Leto), creatura digitale progettata per obbedire, ma capace di evolversi. La sua trasformazione da codice a coscienza è il cuore filosofico del film: cosa significa essere vivi? Cosa distingue l’umano dal sintetico? Il film suggerisce risposte poetiche, come il piacere inspiegabile per la musica dei Depeche Mode, ma non sempre riesce a incarnarle pienamente.
Ares – interpretato alla grande da un Jared Leto sempre più giovane – è il ponte tra scienza e umanità, ma la sua evoluzione emotiva resta spesso evocata più che vissuta. Colpa della sceneggiatura di Jesse Wigutow? Può darsi ma ci sono, per fortuna Athena (Jodie Turner-Smith), il suo braccio destro, che invece è magnetica: corpo-danza, disciplina e dubbi che la rendono memorabile. Eve Kim convince per motivazioni e gestualità, ma le sue ferite restano narrative più che esperienziali. Julian Dillinger è funzionale, ma non lascia il segno. Il ritorno di Jeff Bridges come Kevin Flynn è un cameo nostalgico che aggiunge profondità, ma non cambia, alla fine, la struttura della pellicola.
Regia e apparato visivo: un’estetica ipnotica
Rønning crea, comunque, un apparato sensoriale mozzafiato: la fotografia di Jeff Cronenweth disegna scie di luce come calligrafia nell’aria, i passaggi tra pixel e pioggia dissolvono i confini percettivi. La colonna sonora dei Nine Inch Nails pulsa come un cuore meccanico, aggiungendo gravità alle sequenze. Le scene d’azione – motocicli-luce, ricognitori, geometrie mobili – sono un videogioco cinematografico che “suona” quanto mostra, come e più dei capitoli precedenti. È un cinema da sala grande, che vive di ritmo e immagini.
Ma, se l’estetica è impeccabile, la narrazione è meno incisiva. La sceneggiatura si limita a concatenare eventi, senza scavare nei personaggi o nelle implicazioni morali. Il concetto di “permanenza” è affascinante, ma non genera conflitti complessi o interessanti. Il tempo che scade ogni 29 minuti è un ottimo motore per l’azione, meno per le relazioni. Il film privilegia l’andamento da videogioco: missioni, boss, rilanci, ondate di cloni. Quando si ferma a riflettere, emergono intuizioni notevoli – il codice che chiede diritti, la cura come alternativa alla conquista – ma sono flash isolati.
Tron: Ares cerca di onorare il passato con oggetti totemici e volti familiari, ma non riesce a rinnovare davvero il mito. È un’esperienza visiva potente, ma che svanisce appena si accendono le luci. Il film interroga il presente tecnologico, ma non sempre riesce a coinvolgere il pubblico sul piano umano. Resta una domanda aperta: può l’intelligenza artificiale diventare davvero protagonista di un racconto emotivo? Il film ci prova, ma tutto resta in standby.
Il voto di Cinefily



